Introduzione
Negli ultimi anni il concetto di self-care – letteralmente “cura di sé” – ha assunto un ruolo centrale nella cultura popolare e nei discorsi sulla salute. Nato come invito a prendersi cura del proprio benessere psicofisico, il self-care è oggi spesso presentato come panacea universale: dalle routine mattutine meditative, alle diete “detox”, fino ai rituali di bellezza, tutto sembra rientrare sotto l’ombrello di una retorica del benessere. Paradossalmente, però, questa enfasi sulla cura personale può trasformarsi in una nuova fonte di stress e pressione sociale. Siamo bombardati da messaggi che ci esortano a essere sempre felici, sani, produttivi e “in equilibrio”: il risultato è che il self-care, da pratica potenzialmente salutare, viene interiorizzato come dovere morale e come performance pubblica, generando ansia performativa e sentimenti di inadeguatezza. Nel frattempo, attorno a questo ideale si è sviluppato un fiorente mercato del benessere, che mercifica ogni aspetto della salute e dell’equilibrio interiore, e i social media contribuiscono all’estetizzazione del benessere, mostrando versioni patinate e irrealistiche della “vita sana”. Il presente saggio – tra il taglio accademico e lo spunto divulgativo – esplora in profondità “l’illusione del self-care”, ovvero come una cultura apparentemente positiva possa nascondere trappole psicologiche e sociali.
In primo luogo verrà delineata una cornice teorico-filosofica: esamineremo le origini antiche della cura di sé – dal motto socratico epimeléia heautoú alla rielaborazione foucaultiana – per comprendere il significato originario di prendersi cura di sé stessi e come esso si sia trasformato nella contemporaneità. Successivamente, analizzeremo come la retorica attuale del self-care si configuri come imperativo morale e prestazione sociale, creando nuove forme di ansia e insoddisfazione invece che liberare l’individuo. Sul piano clinico, verranno esaminate le implicazioni psicologiche e psichiatriche di questo fenomeno: parleremo del burnout da benessere, del perfezionismo emotivo, delle distorsioni cognitive indotte dalla pressione a essere sempre felici, fino ai disturbi comportamentali emergenti (come l’ortoressia, la dipendenza da attività “salutari”, ecc.). Si passerà poi alla dimensione sociologica, indagando la mercificazione del benessere (dai programmi wellness aziendali alla fiorente industria dei prodotti “healthy”), la cultura del wellness come ideologia contemporanea, e l’estetizzazione della salute mentale nei social media (dalla banalizzazione del linguaggio clinico in video virali alla spettacolarizzazione del dolore personale online).
Il saggio farà riferimento a autori contemporanei chiave – tra cui il filosofo Byung-Chul Han, la sociologa Eva Illouz, il critico culturale Mark Fisher – e a studi accademici recenti in psicologia, psichiatria e sociologia, per fornire una visione multidisciplinare. Attraverso esempi concreti e casi emblematici, si cercherà di mostrare come la “dittatura del positivo” e l’ossessione del benessere a tutti i costi possano condurre a esiti paradossali: individui cronicamente ansiosi di non fare abbastanza per se stessi, felicità ostentata che nasconde malessere, e un discorso sul self-care che diventa esso stesso un ulteriore compito gravoso. Infine, si discuterà come poter recuperare una visione equilibrata del prendersi cura di sé, riconciliando l’importanza della salute personale con il diritto all’imperfezione e alla vulnerabilità, e mettendo in luce la necessità di un approccio collettivo e critico al benessere.

La “cura di sé” dalla filosofia antica alla contemporaneità
Per comprendere le radici e le ambivalenze del moderno self-care è utile partire dal concetto di cura di sé nell’antichità. Il termine stesso “cura di sé” traduce l’espressione greca antica epiméleia heautoú, resa poi in latino come cura sui. Questa nozione affonda le sue origini nella filosofia socratica e nelle scuole ellenistiche, dove indicava un insieme di pratiche e atteggiamenti volti al miglioramento morale e spirituale della persona. Nella paideia greca, “prendersi cura di sé” significava coltivare la propria anima tramite lo studio, la riflessione e l’esercizio della virtù, in vista di una vita buona e saggia. Non era un semplice consiglio astratto, ma un dovere etico e pratico, da perseguire all’interno di comunità filosofiche o sotto la guida di maestri. Foucault nota come, nel periodo ellenistico-romano, la cura di sé fosse divenuta un tema filosofico comune a scuole diverse – epicurei, stoici, cinici – e implicasse una vera e propria “rete di obblighi e servigi resi alla propria anima”. In epoca tardo-antica, specialmente tra il I e il II secolo d.C., la cura sui si configura esplicitamente come imperativo etico universale, distinto però dalla fase classica: se per Socrate e Platone la cura di sé aveva anche risvolti pedagogici e civici (preparare i giovani alla vita adulta e al governo di sé in rapporto alla polis), nel successivo sviluppo greco-romano essa diviene un’arte del vivere accessibile a tutti, svincolata da scopi politico-pedagogici immediati. Prendersi cura di sé, per gli stoici come Seneca o Epicuro e altri, significava intraprendere un percorso di auto-miglioramento spirituale, esercitando moderazione, autocontrollo, meditazione sui principi filosofici, al fine di raggiungere l’atarassia (l’assenza di turbamento) e l’eudaimonia (fioritura, felicità) interiore.
Questa idea antica di cura di sé va dunque ben oltre la semplice attenzione al proprio corpo o al proprio benessere in senso materiale: essa coinvolge la totalità della persona – corpo, mente, anima – in un processo di crescita etica continua. Come sottolinea Foucault, nelle culture classiche la cura di sé non era separabile dalla ricerca della verità e dal rapporto con gli altri: conoscere se stessi (gnōthi seautón) e prendersi cura di sé erano due facce della stessa medaglia, e solo chi avesse disciplinato sé stesso attraverso pratiche spirituali poteva accedere alla verità e svolgere rettamente il proprio ruolo nella comunità. La cura di sé aveva dunque anche una valenza relazionale e civile: il soggetto etico formato da tali pratiche era in grado di aver cura degli altri e della città, occupando virtuosamente il proprio posto nel tessuto sociale. Come osserva Foucault, per l’uomo libero greco il rapporto etico con sé stesso veniva prima ontologicamente – bisogna sapersi governare per poter governare la casa e interagire con gli amici e concittadini – ma questa tecnica di sé implicava comunque una dimensione dialogica (l’ascolto di un maestro, il confronto con un amico sincero che “dica la verità”). In sintesi, nell’età antica la cura di sé era un ideale di vita completo: un percorso di auto-coltivazione che conduceva all’armonia interiore e che, al contempo, rendeva migliori anche le relazioni con gli altri.
Con il tramonto dell’antichità e l’avvento della cristianità, il paradigma della cura di sé subisce trasformazioni significative. La tradizione cristiana accentua la dimensione della cura dell’anima in termini salvifici: la preoccupazione principale diviene la salvezza spirituale, spesso attraverso la rinuncia e l’ascesi, più che l’autonomia etica perseguita dai filosofi pagani. Tuttavia, varie pratiche di introspezione e disciplina del sé permangono (basti pensare agli esami di coscienza o alle regole monastiche). In epoca moderna e soprattutto nei secoli XIX e XX, l’idea di prendersi cura di sé passa attraverso ulteriori mutamenti. La nascente psicologia e psichiatria ridefiniscono la cura di sé anche come autogestione della salute mentale e fisica; parallelamente, con l’individualismo moderno, emerge la nozione dell’individuo responsabile di sé stesso e del proprio destino, separato però dal contesto etico-comunitario originario.
A questo punto è cruciale richiamare il contributo di Michel Foucault, che nel tardo periodo dei suoi studi tornò al tema della cura di sé per rileggerlo criticamente e contrapporlo ad alcune tendenze della soggettività contemporanea. Nel terzo volume di “Storia della sessualità”, intitolato La cura di sé (1984), e nei suoi corsi come L’ermeneutica del soggetto, Foucault ripercorre la genealogia di questo concetto dall’antichità ai nostri giorni. Egli evidenzia come, nelle società greco-romane, le pratiche di sé godessero di una relativa autonomia e centralità, mentre nelle epoche successive furono in parte “requisite” da istituzioni religiose, pedagogiche o medico-psichiatriche. In altre parole, il progetto di lavorare su se stessi per trasformarsi (quello che Foucault chiama ascetismo in senso lato, cioè “un esercizio di sé su di sé” finalizzato a un certo modo di essere) viene progressivamente incanalato in forme di coercizione disciplinare esterne: la Chiesa, la scuola, la medicina mentale definiscono norme di condotta e “giochi di verità” entro cui l’individuo deve conformarsi, più che guidarlo verso una libera auto-formazione. Foucault non idealizza ingenuamente il passato – egli mette in guardia dall’idea di “liberazione” come ritorno a un’autenticità naturale smarrita – tuttavia sostiene che oggi sia necessario riscoprire le pratiche di libertà, vale a dire forme in cui il soggetto possa eticamente costituirsi e prendersi cura di sé senza per questo aderire solo a imperativi eteroimposti.
La sua nozione di “estetica dell’esistenza” suggerisce che ognuno possa fare della propria vita un’opera, mediante scelte etiche ponderate e creative.
Va notato che il self-care di cui si parla oggi nei media non coincide affatto con la cura di sé foucaultiana o antica. Mentre la prospettiva classica e quella foucaultiana enfatizzano l’aspetto etico (lavorare su di sé per diventare migliori, più saggi e più liberi, in relazione anche agli altri), il discorso contemporaneo sul self-care è spesso focalizzato su aspetti manageriali o consumistici del sé. La cura di sé antica richiedeva tempo, riflessione, a volte sacrificio o disciplina; il self-care odierno viene talora ridotto a pratiche di gratificazione immediata o di consumo di beni/servizi (dalla spa al corso di yoga a pagamento, dal rituale cosmetico all’app di meditazione). Il filosofo e sociologo Byung-Chul Han osserva che nella società contemporanea assistiamo a una mutazione del soggetto: non più il “suddito dell’obbedienza” di una società disciplinare, ma l’“individuo da performance” (achievement-subject) di una società della prestazione. Ciò significa che l’ideale di prendersi cura di sé oggi viene facilmente catturato dall’imperativo di ottimizzare se stessi in funzione di una migliore performance nella vita personale e professionale. La secolare esortazione “conosci te stesso” appare rimpiazzata da slogan come “migliora te stesso” o “realizza il tuo potenziale”, in linea con i valori neoliberali di efficienza e produttività individuale. Come vedremo nel prossimo capitolo, questa trasformazione porta con sé notevoli ambivalenze: alla promessa di emancipazione e benessere si accompagna, spesso in modo carsico, una nuova forma di soggezione del soggetto – questa volta verso se stesso. La cura di sé, da pratica di libertà, rischia di tramutarsi in tirannia dell’automiglioramento.
Dal dovere di essere felici alla performance del benessere: il self-care come imperativo sociale
In una società che esalta l’individualismo e la realizzazione personale, la retorica del self-care è stata progressivamente assorbita in una logica di dovere morale e performance sociale. Quello che originariamente poteva essere un invito positivo – prendersi del tempo per sé, ascoltare i propri bisogni, coltivare la propria salute – è divenuto un comando normativo: devi aver cura di te stesso, devi essere sano, equilibrato, felice. Non prendersi cura di sé equivale ormai a una colpa agli occhi della cultura dominante. Diversi studiosi hanno analizzato questo fenomeno in termini critici. Ad esempio, i sociologi Carl Cederström e André Spicer parlano di “sindrome del benessere” (wellness syndrome) per descrivere l’ossessione contemporanea per la salute e la felicità individuale come forma di auto-disciplina sociale. Essi introducono il concetto di “biomoralità”, indicando con ciò “la domanda morale di essere felici e sani” che la cultura attuale impone costantemente. In altre parole, la cura di sé è diventata non solo un diritto, ma un obbligo morale: l’individuo è moralmente tenuto a ricercare il proprio benessere psicofisico, pena la disapprovazione implicita (o esplicita) della società. Si tratta di un ethos che penalizza chi “non fa abbastanza” per migliorarsi – si pensi allo stigma verso chi ha abitudini considerate poco salutari, o verso chi manifesta tristezza e debolezza invece di mostrarsi sempre positivo.
Come sottolineano Illouz e Cabanas (2019), autori del saggio “Happycracy”, viviamo sotto una sorta di dittatura della felicità in cui “essere felici è diventato non solo un obiettivo di vita, ma un diritto e un obbligo” La “dittatura del positivo” – così definita in un articolo di presentazione del loro lavoro – impone l’ottimismo “a tutti i costi” e trasforma la ricerca della felicità in un imperativo categorico. Chi non è felice, o non s’impegna abbastanza per esserlo, è visto come moralmente manchevole. Questo clima culturale produce ciò che possiamo chiamare ansia da prestazione esistenziale: un’ansia cioè derivante dal sentirsi costantemente valutati (dagli altri e da sé stessi) sul piano del benessere personale. La felicità diventa così una misura di valore dell’individuo, al pari del successo lavorativo o economico. In un tale contesto, prendersi cura di sé non è più un gesto spontaneo di autoattenzione, ma una prestazione da esibire – un’altra voce nel curriculum della vita di cui rendere conto al mondo.
Byung-Chul Han offre una chiave interpretativa interessante di questa evoluzione. Nella sua Società della stanchezza (2010) egli descrive il passaggio dalla società disciplinare (fondata sul “tu devi”) alla società di performance (fondata sul “tu puoi”). Quest’ultima promuove un’ideologia della positività e dell’illimitata possibilità individuale: “Yes we can” è il motto implicito, un ottimismo forzato che spinge ciascuno a credere di poter (e dover) ottenere qualsiasi risultato con il sufficiente impegno. Il rovescio patologico di questa retorica è, secondo Han, l’epidemia di depressione e burnout tipica dell’era contemporanea. Egli scrive: “Il lamento dell’individuo depresso, ‘niente è possibile’, può sorgere solo in una società che pensa ‘niente è impossibile’”. Questa frase paradossale coglie bene l’essenza dell’ansia performativa legata al self-care: più la società ci dice che dovremmo essere in grado di stare sempre bene (perché nulla ci è precluso se adottiamo i giusti life-style e la giusta mentalità positiva), più l’individuo vive con senso di colpa e frustrazione i propri momenti inevitabili di malessere o di imperfezione. La “tirannia del poter fare” conduce a un sovraccarico psichico: bisogna continuamente mostrarsi proattivi nel migliorarsi – fisicamente, emotivamente, professionalmente – in un processo infinito. L’imperativo di ottimizzazione permanente è quindi strettamente legato al discorso odierno della cura di sé. Non basta più essere se stessi, occorre diventare il miglior sé possibile, continuamente. Come notano Cederström e Spicer, “quello che conta non è ciò che hai realizzato, ma ciò che puoi diventare. Ciò che conta è il tuo sé potenziale, non il tuo sé attuale”. Questa focalizzazione sul sé ideale (futuro, potenziale) a scapito del sé reale (con i suoi limiti attuali) condanna paradossalmente l’individuo a non sentirsi mai all’altezza. Per quanti obiettivi raggiunga, ce ne saranno altri, e altri ancora, in un processo che ricorda il criceto che corre sulla ruota.
Un effetto pervasivo di questa cultura è la moralizzazione della salute e della felicità. L’adesione o meno alle pratiche di self-care diventa parametro di giudizio morale. Il sociologo Robert Crawford già negli anni ’80 coniò il termine “healthism” (salutismo) per indicare l’ideologia per cui la salute è interamente responsabilità dell’individuo e riflette il suo valore morale. Egli avvertiva che elevare la salute a “suprovalore, metafora di tutto ciò che è buono nella vita” comporta il rischio di privatizzare e depoliticizzare il benessere. Questa previsione si è oggi pienamente realizzata: siamo portati a considerare la malattia o l’infelicità quasi sempre come un fallimento personale, ignorando i fattori sociali e collettivi che vi contribuiscono. Ad esempio, invece di riconoscere che depressione, ansia e stress cronico possono derivare da condizioni di lavoro precarie, isolamento sociale, disuguaglianze economiche, li attribuiamo unicamente a carenze individuali – mancanza di resilienza, pensieri “sbagliati”, insufficiente impegno nel self-care. La psicologia positiva e certa divulgazione pseudo-scientifica hanno ulteriormente rafforzato questa tendenza, offrendo strumenti (spesso semplificati) per il “pensiero positivo” e la “felicità fai-da-te”. Illouz e Cabanas notano che la diffusione capillare della positive psychology di Martin Seligman dagli anni ’2000 ha conferito un’aura scientifica a quella che definiscono la “nuova religione” dell’auto-aiuto, radicata nel vecchio mito neoliberale del self-made man. Se sei infelice – suggerisce questo discorso – devi allenare la tua mente alla gratitudine, all’ottimismo, magari tramite coach motivazionali o app di meditazione: gli strumenti ci sono, dunque se non ci riesci la colpa è tua. Illouz e Cabanas parlano esplicitamente di nuovi meccanismi di controllo sociale dietro il culto della felicità: in un’intervista affermano che l’alleanza tra psicologia positiva, cultura aziendale e ideologia neoliberale ha creato un individuo auto-disciplinato, portato a “vedere se stesso solo come un individuo sul mercato” e a dare la colpa a sé se qualcosa va storto. Questa interiorizzazione dei precetti di ottimismo e auto-miglioramento serve, nelle loro parole, a “spingere la responsabilità verso il basso”, scaricandola interamente sui singoli (ad esempio rendendo i lavoratori responsabili non solo del proprio rendimento ma anche della propria felicità sul lavoro, indipendentemente dalle condizioni oggettive). Si delinea così un quadro in cui il self-care non è più uno spazio di libertà individuale ma l’estensione di una norma sociale totalizzante: ogni ambito della vita diventa “opportunità di ottimizzazione”, e la soddisfazione deve essere allo stesso tempo reale e mostrata in modo autentico. Cederström e Spicer parlano ironicamente di un “Ministero del Wellness” orwelliano: se il Grande Fratello imponeva di reprimere desideri e identità personali, la nuova cultura del wellness “fa ogni concessione possibile all’individualità e al contentamento – anzi, li esige”, purché siano funzionali alla produttività. In questo senso, l’autenticità stessa diventa un comandamento: non basta comportarsi da persona felice ed efficiente, devi esserlo davvero, provarlo intimamente, pena sentirti un impostore. La pressione psicologica diviene enorme.
Tutto ciò genera ansia performativa: una condizione in cui la persona si sente costantemente sotto esame rispetto alla propria capacità di aderire agli standard di benessere. Si può parlare di una sorta di perfezionismo esistenziale. Una ricerca condotta dagli psicologi Thomas Curran e Andrew Hill (2017) ha documentato come il perfezionismo tra i giovani sia in costante aumento negli ultimi decenni, proprio a causa di dinamiche culturali competitive e individualistiche. In particolare, essi evidenziano la crescita del perfezionismo socialmente prescritto, cioè la sensazione che “gli altri si aspettino da me la perfezione”. Questo tipo di perfezionismo è il più debilitante, poiché genera paranoia del giudizio altrui, vergogna, paura del fallimento e continua auto-sorveglianza critica. Curran e Hill collegano direttamente questo fenomeno ai valori neoliberali: “le società governate da questi valori rendono le persone molto giudicanti e molto ansiose di essere giudicate”. Il regime meritocratico e competitivo spinge ciascuno a “legare il proprio valore personale ai risultati” e a concepirsi come una “piccola impresa di sé stesso”. Non sorprende allora che anche l’ambito del benessere personale diventi terreno di competizione: bisogna dimostrare di saper vivere bene, di avere la vita perfettamente sotto controllo, equilibrata e gratificante sotto tutti i punti di vista (corpo in forma, mente positiva, relazioni appaganti, ecc.). Questo dover essere perfetti in ogni sfera produce stress e malessere. La meta-analisi di Curran e Hill mostra che i Millennials e la Gen Z riportano livelli significativamente più alti di perfezionismo rispetto alle generazioni precedenti, con un incremento doppio proprio nella dimensione socialmente prescritta. Il risultato, sottolineano gli autori, è un aumento correlato di disturbi psicologici: “il perfezionismo è altamente correlato con ansia, disturbi alimentari, depressione e pensieri suicidari”. Vivere sotto la costante pressione di dover essere all’altezza di standard ideali impossibili causa un logoramento emotivo continuo. La contraddizione cruciale è che la stessa cultura che predica il benessere sta generando insoddisfazione cronica: “la spinta costante ad essere perfetti, e l’inevitabile impossibilità di riuscirci, aggravano i sintomi nelle persone vulnerabili”. Possiamo definire questo il paradosso del self-care performativo: l’imperativo di stare bene produce nuova forma di malessere.
Riassumendo, la retorica del self-care nell’epoca contemporanea ha acquisito i tratti di un dover-essere normativo. Siamo incoraggiati – o meglio obbligati – a mostrarci sempre felici, sani, in controllo. Prendersi cura di sé è diventato un compito cui siamo costantemente valutati, un metro di giudizio morale e sociale. Questa interiorizzazione del dovere di benessere e felicità rappresenta una forma sottile di controllo, in linea con l’analisi foucaultiana dei dispositivi di potere nelle società neoliberali: non serve più una forza esterna che ci disciplini, poiché “avendo interiorizzato l’obiettivo della performance ottimale, ci auto-sfruttiamo”. Han lo esprime chiaramente: “il soggetto di prestazione consegna sé stesso a una libertà compulsiva – cioè all’auto-costrizione di massimizzare la performance. L’eccesso di lavoro e prestazione sfociano nell’auto-sfruttamento”. In tal modo, il confine tra cura di sé e coercizione di sé si fa labile. Il soggetto contemporaneo, inseguendo liberamente (in apparenza) la propria ottimizzazione, in realtà si asservisce a un modello ideale irraggiungibile, logorandosi psicologicamente. Han parla a questo proposito di “soggetto di performance esausto e depresso, che è in guerra con se stesso… si rode in una corsa a ostacoli che corre contro se stesso”. Questa immagine rende bene l’idea dell’ansia performativa: una persona che, pur senza un oppressore esterno, si consuma da sola cercando di soddisfare un padrone interiore implacabile – il sé ideale, il dover-essere perfetto. Nel prossimo capitolo vedremo più nel dettaglio le ricadute psicologiche e psichiatriche di questa condizione, ossia come il self-care performativo possa sfociare in veri e propri disturbi o contribuire ad essi.

Burnout da benessere e perfezionismo emotivo
L’idea che il perseguimento ossessivo del benessere possa generare malessere potrebbe sembrare controintuitiva, ma è sempre più supportata da evidenze cliniche e testimonianze. Professionisti della salute mentale segnalano infatti casi di “burnout da benessere”, “perfezionismo emotivo” e altri sintomi in persone apparentemente impegnate a “stare bene”. Questa sezione esamina le principali implicazioni psicologiche dell’illusione del self-care: quando la ricerca della felicità e della salute diventa stressante, può dare luogo a un paradossale esaurimento da auto-miglioramento.
Il “burnout da benessere”: stanchi di cercare di stare bene
Il termine burnout è tradizionalmente associato all’esaurimento psicofisico da eccesso di lavoro o stress professionale. Negli ultimi anni, alcuni psicologi hanno iniziato a parlare di burnout da benessere per indicare una forma di esaurimento derivante proprio dallo sforzo eccessivo di aderire a stili di vita sani e felici. In pratica, ci si può stancare di cercare di stare bene. L’espressione è comparsa anche nel dibattito divulgativo: ad esempio, si legge di “quando la ricerca della felicità ti rende infelice”, a sottolineare questo paradosso.
Quali sono i sintomi del burnout da self-care? Innanzitutto, un senso di sopraffazione di fronte alle numerose pratiche che si “devono” fare quotidianamente: palestra, meditazione, preparare cibi sani, monitorare i propri pensieri positivi, ecc. L’agenda del benessere diventa essa stessa fonte di stress. Molti riferiscono di sentirsi in colpa o ansiosi se saltano una sessione di yoga o se mangiano qualcosa di “non perfettamente sano”. Si innesca quindi un circolo vizioso: la persona intraprende attività di self-care per ridurre lo stress o stare meglio, ma l’imposizione rigida di tali attività finisce per aggiungere ulteriore stress.
Un esempio emblematico è quello dell’ortoressia nervosa, un termine introdotto dal medico Steven Bratman nel 1997 per descrivere l’ossessione patologica per l’alimentazione sana. A differenza dell’anoressia (ossessione per la magrezza e restrizione calorica), l’ortoressia è focalizzata sulla qualità del cibo: l’individuo ortoressico è estremamente rigoroso nel consumare solo alimenti “puri”, biologici, evitando qualsiasi cibo percepito come poco sano o “tossico”. Cederström e Spicer richiamano l’ortoressia come esempio di un atteggiamento sensato (mangiare sano) divenuto patologico per eccesso di ansia, un’ansia di matrice sociale legata appunto alla biomoralità del ciboi In una cultura che glorifica i superfood e demonizza il “cibo spazzatura” (spesso stigmatizzando anche moralmente chi ne fa uso, come i poveri), non stupisce che alcune persone sviluppino paure e rituali estremi attorno all’alimentazione. L’ortoressia, pur non essendo ancora riconosciuta formalmente nei manuali diagnostici, è sempre più discussa come un disturbo alimentare atipico, caratterizzato da una forte ansia salutista. La persona finisce col limitare drasticamente la varietà di alimenti, spendere gran parte del tempo in pianificazione e preparazione di cibi “sicuri” e provare intenso senso di colpa o disgusto se devia dalle proprie regole dietetiche. Ironia della sorte, questo eccesso di “salutismo” può portare a carenze nutrizionali, isolamento sociale (si evitano pasti fuori per non perdere il controllo sulla qualità del cibo) e un notevole stress mentale – tutti elementi contrari al benessere. L’ortoressia è dunque un prototipo di burnout da benessere: la ricerca esasperata della dieta perfetta rende la vita peggiore, non migliore, in termini di salute mentale e relazioni.
Un fenomeno analogo si osserva nell’ambito dell’esercizio fisico, dove al concetto positivo di fitness può subentrare la patologia dell’anoressia atletica (o dipendenza da esercizio): individui che forzano il proprio corpo con allenamenti incessanti, motivati dall’ansia di restare in forma o dall’ossessione di migliorare continuamente le proprie prestazioni. Ancora una volta, ciò che nasce come pratica salutare degenera in compulsione, con sintomi di sovrallenamento fisico e stress psicologico.
Il burnout da benessere si manifesta anche come spossatezza emotiva. Ciò significa sentirsi emotivamente esauriti dal tentativo costante di mantenere un atteggiamento positivo, di auto-motivarsi e auto-migliorarsi in ogni momento. Le persone descrivono una sorta di “fatica della felicità”: l’impossibilità di concedersi di essere tristi o stanchi diventa essa stessa un peso. In terapia, alcuni pazienti riferiscono: “Mi sento esausto nel dover essere sempre sereno e produttivo, non ce la faccio più a fare tutte queste cose per stare bene”. Questo paradosso è stato notato ad esempio dalla psicologa americana Dana Becker, che parla di “priorità tiranniche del sé” imposte alle donne contemporanee (costrette a destreggiarsi tra cura di sé, cura degli altri, lavoro e vita domestica).
Gli effetti di questo burnout possono includere sintomi simili a quelli del burnout lavorativo: apatia, calo di motivazione verso attività che prima piacevano (ad esempio si perde l’entusiasmo anche per lo sport o la meditazione, vissuti ormai come incombenze noiose), disturbi del sonno, irritabilità e senso di inefficacia (“nonostante faccia di tutto, non mi sento comunque bene”). In definitiva, l’individuo si sente intrappolato in una contraddizione: sa di dover perseguire il benessere, ma non prova più benessere nel farlo; anzi prova stress. È la condizione in cui la cura di sé diventa un lavoro ulteriore, un dovere in cima alla lista già lunga di responsabilità quotidiane. Emblematico è il racconto apparso su alcuni media del cosiddetto “stress da mindfulness”: persone che approcciano la meditazione come rimedio allo stress ma poi si stressano a loro volta perché “non meditano abbastanza a lungo o nel modo giusto” o perché non riescono a svuotare la mente come credono dovrebbero. Questa meta-frustrazione – arrabbiarsi con sé stessi per non riuscire a rilassarsi – illustra bene l’assurdità a cui può portare l’ansia performativa applicata al self-care.
Perfezionismo emotivo e positività tossica
Un’altra declinazione del malessere indotto dal self-care performativo è ciò che potremmo definire perfezionismo emotivo. Con questo termine intendiamo la tendenza (promossa dalla cultura del pensiero positivo) a esigere da sé stessi un controllo totale sulle proprie emozioni, con l’obiettivo di provare solo emozioni “positive” (gioia, gratitudine, calma, entusiasmo) e di evitare o sopprimere quelle “negative” (tristezza, rabbia, paura, frustrazione). Nel discorso pubblico e nei social media imperversano motti come “scegli di essere felice”, “sii sempre grato”, “allontana la negatività”. Se da un lato coltivare ottimismo e gratitudine può essere benefico, dall’altro l’ingiunzione continua a “pensare positivo” può generare una forma di negazione emotiva e di colpevolizzazione della sofferenza. Si parla in proposito di “toxic positivity” (positività tossica): un’atteggiamento per cui si rifiuta a priori la legittimità di provare emozioni considerate negative, imponendosi (e magari imponendo agli altri) una maschera di positività ad ogni costo.
Questa dittatura delle emozioni positive è tossica perché invalida l’esperienza autentica della persona e impedisce di elaborare in modo sano le emozioni difficili. Se una persona è triste per una perdita o stressata per un problema, sentirsi dire “devi pensare positivo, guarda il lato buono” può farla sentire ancora peggio – come se il suo dolore fosse un errore o una debolezza. A lungo andare, chi interiorizza la regola di non poter essere mai arrabbiato, triste o spaventato finisce per reprimere tali emozioni, che però riemergono spesso sotto forma di ansia, attacchi di panico, somatizzazioni fisiche, o esplosioni di rabbia incontrollata. In psicologia clinica è ben noto che l’evitamento esperienziale (cioè evitare di sentire emozioni spiacevoli) è un fattore di mantenimento di molti disturbi d’ansia e dell’umore. Il perfezionismo emotivo, alimentato dall’ideologia self-help che promette la felicità perenne, diventa dunque un terreno fertile per il disagio psichico: l’individuo non si permette di essere umano (fallibile e vulnerabile) e insegue un ideale emotivo inumano.
Una forma particolare di perfezionismo emotivo si manifesta nel contesto dei percorsi di crescita personale e “guarigione interiore”. Molte persone intraprendono terapie, workshop motivazionali o pratiche spirituali con l’obiettivo di “guarire completamente” dalle proprie ferite emotive e diventare perfettamente equilibrate. Se però interiorizzano l’idea che qualsiasi ricaduta o qualsiasi emozione negativa residua sia un segno di fallimento nel percorso di self-care, possono cadere in un loop di auto-giudizio molto duro: “Ho fatto tanto yoga/terapia/meditazione, perché provo ancora ansia? Cosa c’è di sbagliato in me?”. Invece di accettare che la crescita personale è un processo non lineare e che emozioni come l’ansia possono ripresentarsi episodicamente, il soggetto perfezionista si tormenta perché non raggiunge uno stato di beatitudine permanente. Questo fenomeno è stato riportato da vari psicoterapeuti, che notano come alcuni pazienti arrivino a “stressarsi per non essere abbastanza sereni”. È la versione emotiva del cane che si morde la coda: si prova ansia perché non si riesce a non provare ansia.
In ambito psichiatrico si discute anche di un aumento di casi di disturbi d’ansia e depressivi mascherati da iper-efficienza emotiva. Ad esempio, alcune forme di depressione atipica in persone giovani si celano dietro un’attività frenetica di auto-miglioramento: l’individuo organizza ogni minuto della giornata con attività “sane”, studia tecniche di mindset, e pubblicamente appare motivato e solare, ma vive tutto ciò con un senso di vuoto e automatonismo, e magari crolla appena resta solo con se stesso. Questa discrepanza tra facciata positiva e sintomi interni è pericolosa, perché può ritardare la richiesta di aiuto: se ho interiorizzato che devo cavarmela da solo con il pensiero positivo, difficilmente ammetterò di essere sopraffatto e chiederò supporto psicologico. Mark Fisher, nel suo saggio Realismo capitalista, denuncia appunto la privatizzazione del disagio mentale nella società contemporanea: “Invece di considerare incumbent agli individui risolvere il proprio disagio psicologico – accettando l’enorme privatizzazione dello stress avvenuta negli ultimi trent’anni – dovremmo chiederci: come è diventato accettabile che così tante persone, specialmente i giovani, stiano male?”. Fisher suggerisce di politicizzare il problema, spostandolo dal piano individuale a quello collettivo: se oggi tantissime persone soffrono di ansia e depressione, ciò non può essere visto solo come somma di fallimenti individuali nel pensare positivo, ma come sintomo di un sistema sociale disfunzionale. Eppure la narrazione dominante – il “pensiero magico volontaristico” di cui parlava Fisher – spinge i singoli a credere che tutto dipenda dalla loro volontà e atteggiamento. In quest’ottica, provare emozioni “negative” equivale a non impegnarsi abbastanza per essere felici, quindi un errore da correggere attraverso ulteriore auto-sforzo. Si crea una spirale auto-colpevolizzante particolarmente deleteria nella depressione: il depresso già soffre di senso di colpa e autosvalutazione; la cultura della felicità a ogni costo gli aggiunge un carico ulteriore facendolo sentire colpevole per la sua stessa incapacità di essere felice.
Il perfezionismo emotivo e la positività tossica possono portare anche a una forma di distorsione cognitiva: quello che in terapia cognitiva si chiamerebbe “dovere” (o “musturbation” usando il gioco di parole di Albert Ellis). La persona formula regole rigide del tipo: “Non devo mai arrabbiarmi”, “Devo essere sempre calmo e gentile”, “Se mi sento triste, significa che sto sbagliando qualcosa”. Questi imperativi interni generano ovviamente frustrazione, poiché nessuno può realisticamente aderirvi al 100%. Quando poi inevitabilmente ci si scopre arrabbiati o tristi, scatta un altro pensiero distorto – ad esempio generalizzazione (“non sono capace di gestire le mie emozioni, fallisco sempre”) o svalutazione di sé (“sono una persona negativa, non abbastanza spirituale/forte”). In alcuni casi, questo circolo vizioso può predisporre a veri e propri disturbi come la depressione sorridente (smiling depression), una forma di depressione in cui l’individuo mantiene una facciata di felicità e successo (sorride, conduce la solita vita efficiente) mentre interiormente soffre sintomi depressivi profondi. Diversi casi di cronaca di giovani professionisti o celebrità che si sono tolti la vita “inaspettatamente” rientrano in questo quadro: all’esterno erano l’immagine della vita perfetta, dentro di sé erano disperati, e non hanno sentito di potersi permettere di mostrare vulnerabilità o chiedere aiuto (a volte lasciando biglietti che esplicitano questo senso di dover mantenere la maschera). Tali tragedie mettono in luce quanto possa essere pericoloso un contesto culturale che nega la legittimità del dolore.
In definitiva, l’ansia performativa da self-care colonizza anche la nostra vita emotiva, portandoci a performare felicità e serenità più che a viverle realmente. Le emozioni diventano qualcosa da gestire in ottica di produttività: devo essere calmo per lavorare meglio, devo essere entusiasta per essere socialmente attraente, devo amare me stesso per poter aver successo, ecc. Questa strumentalizzazione dell’emotività, unita all’ansia di dover provare “le emozioni giuste” in ogni momento, sottrae spontaneità e può far perdere il contatto genuino con i propri sentimenti. La letteratura psicologica evidenzia invece che la self-compassion, ossia la compassione verso se stessi, implica accettare anche i momenti di sofferenza senza giudicarsi duramente. Ma la spinta al perfezionismo emotivo va esattamente nella direzione opposta: zero compassione per sé quando si sta male, piuttosto auto-biasimo e raddoppio degli sforzi per “raddrizzarsi”. Ciò può portare, come visto, a peggiorare gli esiti di ansia e depressione, alimentando sentimenti di vergogna e inadeguatezza.
Distorsioni cognitive e disturbi emergenti correlati al self-care performativo
Abbiamo già toccato alcuni aspetti di distorsione cognitiva implicati nel circolo vizioso del self-care ansioso. Qui li sistematizziamo brevemente e vediamo a quali comportamenti o disturbi essi possono associarsi:
- Pensiero del “tutto o nulla”: o sono perfettamente in salute/felice oppure sono un fallimento. Questa mentalità binaria fa sì che piccoli scostamenti dallo stile di vita ideale vengano vissuti catastroficamente. Esempio: “Ho mangiato una fetta di torta, ho rovinato tutta la mia dieta sana, tanto vale abbuffarmi” (tipico nelle abbuffate da dieta rigida). Oppure: “Oggi non sono riuscito a meditare, la mia giornata è rovinata, sto perdendo il controllo”.
- Ipergeneralizzazione: trarre conclusioni globali ed eccessive da un singolo evento negativo. Esempio: “Non sono andato a correre questa settimana, sto abbandonando tutte le buone abitudini, sto tornando ad essere pigro come prima”. In realtà magari è solo una settimana impegnativa, ma la mente perfezionista vede un trend catastrofico.
- Filtro mentale negativo: focalizzarsi solo su ciò che non si è fatto o sui difetti, ignorando i progressi. Esempio: su una lista di 10 pratiche self-care settimanali, la persona ne ha fatte 8 ma si concentra ossessivamente sulle 2 mancate, rinfacciandoselo.
- “Should statements” (i devo rigidi): come detto, imporsi regole ferree: “devo fare almeno 10.000 passi ogni giorno”, “devo svegliarmi alle 5 per meditare altrimenti non sono disciplinato”, “non devo mai lamentarmi”. Questi doveri auto-imposti, se violati, scatenano senso di colpa e autosvalutazione.
- Lettura del pensiero altrui: convincersi che gli altri ci giudichino se non aderiamo allo standard. Esempio: “Se posto una foto in cui non appaio in forma perfetta, tutti penseranno che mi sono trascurato”. Oppure: “I miei colleghi noteranno che sono stressato, penseranno che non so gestire il mio equilibrio vita-lavoro”. Questa credenza aumenta l’ansia sociale e spinge a indossare maschere di ultracontrollo in pubblico.
- Minimizzazione del positivo: sminuire i benefici veri che certe pratiche dovrebbero dare, perché ormai percepite come routine obbligata. Ad esempio, lo yoga era un piacere, ora è un dovere quotidiano, quindi anche se oggettivamente rilassa, la persona lo vive come “compito” e ne trae meno giovamento soggettivo.
Queste distorsioni cognitive non sono formalmente nuovi disturbi, ma concorrono allo sviluppo di vari problemi. Abbiamo menzionato l’ortoressia nel campo alimentare. Possiamo aggiungere ad esempio la vigoressia (o dismorfia muscolare), il disturbo di chi è ossessionato dal fitness e dalla massa muscolare, trascorrendo ore in palestra e assumendo integratori in modo compulsivo – spesso alimentato dal confronto sui social con modelli di fisicità perfetta. Anche qui la ricerca della salute (un corpo atletico) degenera in fanatismo malsano.
Un altro fenomeno osservato dai clinici è l’ansia sanitaria (health anxiety) esacerbata dal continuo monitoraggio di sé. La tecnologia oggi consente di misurare ogni parametro: passi, battito cardiaco, ore di sonno, calorie, ecc. Le persone molto diligenti nel self-care usano spesso fitness tracker, app per il sonno, diari alimentari. Se utilizzati con equilibrio, questi strumenti aiutano a mantenersi in salute; ma quando diventano ossessione, alimentano ipocondria digitale. Ci si preoccupa per ogni fluttuazione (es. “oggi ho dormito mezz’ora meno, questo mi farà ammalare?”), si controllano sintomi su internet (il cosiddetto cybercondria) entrando in ansia per possibili malattie. L’ironia è che chi è più attento alla salute può sviluppare maggiore ansia sulla salute stessa, vivendo in costante allerta. Uno studio sul fenomeno del quantified self ha rilevato che un eccesso di automonitoraggio può aumentare stress e senso di inadeguatezza, perché comunica implicitamente che bisogna ottimizzare ogni metrica del corpo.
Sul piano comportamentale, alcuni parlano di dipendenza da crescita personale: individui che passano compulsivamente da un seminario motivazionale all’altro, da un guru all’altro, leggendo decine di libri di self-help, senza mai trovare pace. Il “workshop junkie” (drogato di workshop) è sempre alla ricerca del prossimo “metodo rivoluzionario” per migliorarsi, perché non si sente mai abbastanza risolto. Questa può diventare quasi una forma di dipendenza psicologica: come altri si rifugiano nella sostanza, qui il rifugio è nell’ennesimo programma che promette l’illuminazione o il successo totale. Naturalmente, ciò può essere sfruttato commercialmente (e lo è, come vedremo nella sezione sul mercato del benessere).
Infine, una nota su possibili casi clinici emblematici: potremmo citare il caso di atleti o celebrità che hanno denunciato pubblicamente il proprio wellness burnout. Ad esempio, l’attrice americana Meghan Markle ha raccontato di aver vissuto un periodo in cui seguiva rigorosamente tutte le pratiche di benessere (dieta bio, yoga quotidiano, ecc.) ma si sentiva comunque infelice e sotto pressione, finché ha capito che stava trasformando la cura di sé in una lista di doveri stressanti. Anche alcuni influencer di lifestyle “sano” hanno confessato di essere andati in burnout cercando di essere il modello perfetto di wellness. Queste testimonianze sono importanti perché mostrano dall’interno la crepa nel mito: persone all’apparenza simboli del self-care di successo rivelano di avere sofferto proprio a causa di quell’immagine da sostenere.
In conclusione, il lato oscuro della ricerca della perfezione nel benessere è un insieme di sintomi e disturbi dove si intrecciano ansia, ossessioni e sensi di colpa. Lungi dall’essere rilassato e appagato, l’individuo finisce per essere iper-arousal (iperattivato) rispetto al proprio stato psicofisico, in un costante check-up di sé e giudizio verso sé stesso. Questo può condurre a veri e propri esaurimenti – fisici (sovraccarico da esercizio, diete estreme) ed emotivi (depressione, ansia generalizzata) – oltre a comportamenti disfunzionali come l’evitamento sociale (per il timore di deviare dalle proprie routine salutari o di mostrarsi vulnerabili). Nel prossimo capitolo, sposteremo l’attenzione alla dimensione collettiva e culturale: come il contesto sociale alimenta e sfrutta queste tendenze individuali. Esploreremo il ruolo del mercato del wellness e l’impatto dei media, per capire come l’illusione del self-care venga costruita e perpetuata a livello di immaginario sociale.
La mercificazione del benessere: l’industria del self-care e l’ideologia wellness
Il dilagare del self-care come dovere e performance non è avvenuto in un vuoto, ma si inserisce in precise dinamiche economiche e sociali. In questo capitolo analizziamo la dimensione sociologica del fenomeno, focalizzandoci su due aspetti interconnessi: da un lato la mercificazione del benessere, ossia la trasformazione della cura di sé in un mercato redditizio fatto di prodotti, servizi e figure professionali; dall’altro la cultura wellness come ideologia tardomoderna, che giustifica e rinforza tale mercato e al contempo ne viene alimentata.
L’industria globale del wellness: numeri, attori e contraddizioni
Prendersi cura di sé è diventato big business. Secondo stime del Global Wellness Institute, nel 2023 la cosiddetta economia del benessere globale ha raggiunto il valore di circa 6,3 mila miliardi di dollari, pari a oltre il 6% del PIL mondiale. Questo dato impressionante include una gamma vastissima di settori: dal fitness (palestre, yoga, pilates) alla nutrizione (integratori, cibi biologici, diete commerciali), dalla cura del corpo (spa, cosmetici “naturali”, prodotti di bellezza) alla salute mentale (app di meditazione, terapie olistiche, coaching motivazionale), fino al turismo wellness (ritiri di yoga, terme di lusso) e all’immobiliare (architettura wellness per case e uffici). In pratica, ogni aspetto della nostra vita potenzialmente legato al benessere è stato commercializzato. Il motto sembra essere: “Compra il tuo benessere”.
Questa mercificazione si nutre – e allo stesso tempo alimenta – dell’ansia performativa descritta in precedenza. Da un lato, le insicurezze e pressioni dell’individuo lo rendono un consumatore ideale: chi si sente mai abbastanza in forma o abbastanza felice, sarà sempre alla ricerca di un nuovo prodotto o programma che promette di colmare quella lacuna. Dall’altro, il marketing del wellness acuisce l’insoddisfazione proponendo modelli perfetti e soluzioni miracolose: i messaggi pubblicitari spesso implicano “non sei abbastanza sano/bello/rilassato, ma con il nostro prodotto lo diventerai”. Si pensi, ad esempio, alla pubblicità di integratori dietetici con fisici scolpiti in evidenza, o alle pubblicazioni di influencer dove ogni oggetto – dal frullato proteico al tappetino yoga – appare indispensabile per raggiungere quello stile di vita armonioso e “instagrammabile”.
Nelle aziende, i programmi di corporate wellness sono ormai diffusissimi (oltre metà dei datori di lavoro USA li offre)
In teoria dovrebbero migliorare la salute dei lavoratori, in pratica servono spesso a trasferire sugli individui la responsabilità di gestire lo stress e restare produttivi. Cederström e Spicer notano con tono critico che “ogni aspetto della vita diventa un’opportunità per ottimizzare il piacere e diventare più produttivi”, e chi non vi riesce è visto come manchevolei Hanno coniato l’espressione “comandamento del wellness” per indicare lo scenario in cui l’azienda (o la società in generale) esige dai soggetti di essere felici e in salute, così da rendere al meglio. A differenza di modelli passati di controllo (ad es. l’operaio nella fabbrica taylorista, sorvegliato e punito se rallenta), nel modello odierno il controllo è più subdolo: l’azienda ti offre la palestra, il seminario di mindfulness, l’app per il sonno – se poi tu sei stressato o inefficiente, la colpa non è dell’organizzazione del lavoro ma tua che non hai saputo usare queste opportunità per ottimizzarti. Questo meccanismo è funzionale all’azienda (più produttività, minori costi sanitari) e crea un nuovo mercato per i fornitori di tali programmi (società assicurative, coach, piattaforme digitali). Non a caso, nel 2023 il settore del workplace wellness valeva decine di miliardi di dollari globalmente. Ma l’efficacia reale di molti di questi programmi è discutibile, e alcuni studi suggeriscono che i benefici promessi (riduzione di malattie croniche, aumento di produttività) sono modesti o inconsistenti, mentre resta forte la pressione sui dipendenti di aderire per non sembrare “non allineati” con la cultura aziendalei Si è parlato in proposito di “Ministro della Felicità” all’interno delle aziende: una figura – reale o metaforica – che assicura che tutti i dipendenti sorridano e restino motivati, quasi come in uno scenario distopico. Evidentemente questo approccio evita di mettere in discussione cause strutturali di stress lavorativo (orari, carichi, precarietà) e sposta il discorso sulla gestione individuale dello stress. Edgar Cabanas ed Eva Illouz sottolineano proprio come la retorica della felicità sia stata strumentalizzata in contesti organizzativi per “ottenere più impegno e performance dai lavoratori, spesso a fronte di ricompense minori”, promuovendo l’idea che “devi amare ciò che fai” e accettare col sorriso anche l’aumento di carichi di lavoro.
Il risultato è che l’auto-sfruttamento viene venduto come realizzazione personale: lavori 12 ore al giorno? Non sei sfruttato, sei appassionato e realizzato, e se senti fatica fai un po’ di yoga e via. C’è un’evidente dimensione di falsa coscienza in questa ideologia corporate del wellness.
Sul versante del consumo privato, la gamma di prodotti venduti sotto il marchio “self-care” è sterminata. Comprende non solo ciò che è genuinamente salutare (es. alimenti integrali) ma anche una miriade di gadget e rimedi di dubbia utilità, spacciati come chiavi del benessere: cristalli “energetici” per la guarigione emotiva, integratori detox non supportati da evidenze scientifiche, cosmetici “olistici” dai costi esorbitanti, dispositivi tecnologici come lettini a vibrazione, lampade a colori per la cromoterapia domestica, e via dicendo. Emblematico è il caso di GOOP, l’azienda di lifestyle fondata dall’attrice Gwyneth Paltrow, che ha costruito un impero commerciale promuovendo un ideale estremo di wellness lusso-alternativo (diete purificanti, uova di giada vaginali, costosi integratori antiage, ecc.). GOOP è stata più volte criticata dalla comunità scientifica per pubblicizzare pratiche pseudoscientifiche; ciononostante, il suo successo testimonia quanto sia forte l’appeal del mercato del benessere su fasce benestanti e ansiose di migliorarsi. Allargando lo sguardo, possiamo dire che al cuore della mercificazione del benessere c’è la promessa (illusoria) di un benessere “chiavi in mano” acquistabile: non devi far altro che comprare X e la tua vita migliorerà. Naturalmente questo non si verifica, o si verifica solo parzialmente, e spesso per breve tempo (l’“effetto placebo” iniziale di un nuovo programma). Così il consumatore torna sul mercato in cerca di un’altra soluzione, alimentando un ciclo infinito. In un certo senso, l’industria del wellness prospera proprio grazie all’ansia e all’insoddisfazione che dice di combattere.
Un concetto utile per inquadrare questa dinamica è quello di “nuovo spirito del capitalismo” coniato dai sociologi Boltanski e Chiapello: il capitalismo odierno incorpora le critiche e le istanze di autenticità, benessere e realizzazione personale (emersi ad esempio dai movimenti degli anni ’60-’70) trasformandole in motivi di consumo e nuove forme di controllo. La cultura wellness può essere vista come parte di questo trend: originata anche da una sacrosanta esigenza di vivere meglio e in modo più equilibrato (in reazione allo stress e all’alienazione), è stata però neutralizzata e resa funzionale al sistema produttivo, grazie alla mercificazione e all’individualizzazione estrema.
Va notato che non tutta l’offerta del mercato wellness è truffaldina o inutile. Molti servizi e prodotti (pensiamo alla diffusione dello yoga, o di cibi più sani) hanno aspetti positivi e hanno reso accessibili pratiche benefiche a più persone. Il problema è l’approccio ideologico sottostante, che riduce il benessere a una questione meramente individuale e commerciale. Come scrisse ancora Crawford (1980), questo approccio è “non-politico e quindi inefficace” nel risolvere davvero i problemi di salute su larga scala. Ad esempio, se dilagano stress e depressione a livello sociale, vendere più app di meditazione è un palliativo che lascia intatte le cause (isolamento, precarietà, ecc.). Ma dal punto di vista del mercato, l’importante è che la gente continui a comprare soluzioni individuali, non che si affrontino i problemi a monte.
A livello macro, i governi stessi hanno abbracciato parzialmente la retorica del benessere individuale con iniziative come i Gross National Happiness Index (indici di felicità nazionale) o campagne di salute pubblica che enfatizzano molto la responsabilità del singolo (ad esempio contro l’obesità). Tali misure sono in sé lodevoli quando cercano di andare oltre il PIL per misurare il progresso, ma possono anch’esse scivolare nel moralismo. Illouz e Cabanas notano un lato “ideologico” persino nei tentativi di istituzionalizzare la felicità: presentare la felicità come “bene ovvio e cruciale che ogni società deve perseguire” serve a mascherare il fatto che la definizione di felicità adottata è quella individualista e psicologica, trascurando dimensioni collettive e di giustizia sociale. Per cui anche le politiche pubbliche rischiano di tradursi in slogan tipo “migliora te stesso e tutto andrà meglio”, anziché in cambiamenti strutturali.
In sintesi, la mercificazione del self-care comporta: un enorme giro d’affari globale, la creazione di figure professionali e guru del benessere, l’ingresso delle tecniche di wellness nelle aziende, la proliferazione di prodotti e servizi spesso sovrabbondanti. Ciò riflette e rinforza l’idea che il benessere sia un prodotto da acquisire sul mercato e una prestazione da ottimizzare. Mentre l’industria prospera (con tassi di crescita annui superiori a quelli del PIL globale), l’individuo-consumatore può trovarsi sempre più confuso: di fronte a consigli dietetici contraddittori, a valanghe di informazioni (spesso non scientificamente validate) e a modelli irraggiungibili propinati dagli influencer, può sperimentare ancora più ansia e stress. Un articolo sul “paradosso del wellness” pubblicato su un sito di psicologia notava proprio come “il bombardamento di opinioni su come vivere la nostra ‘migliore vita’ ha un costo. L’equazione problematica del essere magri = essere sani è pericolosa per la salute mentale”. Quando ogni giorno compaiono su Instagram nuovi consigli – i 15 cibi con meno pesticidi, i benefici miracolosi del sedano, ecc. – la persona comune può sentirsi inadeguata e in ansia riguardo alle proprie scelte, sviluppando magari comportamenti rigidi (evitare certi cibi) o semplicemente un senso di sopraffazione (“è troppo difficile vivere sano come dicono, rinuncio”).
L’estetizzazione del benessere: wellness e salute mentale ai tempi dei social
Un elemento cardine della cultura contemporanea del self-care è la sua forte dimensione estetica e mediatica. Il benessere non è solo qualcosa da perseguire, è anche qualcosa da mostrare. I social network – in particolare piattaforme visive come Instagram, TikTok, YouTube – sono diventati il palcoscenico su cui si inscena quotidianamente la performance del wellness. Qui il self-care subisce un duplice processo: viene spettacolarizzato e viene semplificato/banalizzato per adattarsi ai formati rapidi e accattivanti del web. Questa sezione esplora l’estetizzazione del benessere e della salute mentale online, evidenziandone i pro e i contro.
In primo luogo, sui social media è fiorita una vera sottocultura (o meglio mainstream culture) del self-care visuale. Milioni di immagini e video recano l’hashtag #selfcare: fotografie di bagni caldi con candele, tisane accanto a libri di crescita personale, routine mattutine in stanze luminose con piante verdi, persone in posa di meditazione al tramonto in location esotiche, piatti sani disposti con estetica raffinata. Questa iconografia presenta il benessere come uno stile di vita desiderabile e glamour. Si potrebbe parlare di “Instagrammabilità” del wellness: yoga e avocado toast non sono solo salutari, ma fanno scena. Una blogger italiana ha ironicamente definito questo fenomeno “bulimia di yoga instagrammabile e frasi motivazionali”, per criticare l’abuso di estetica patinata nel rappresentare pratiche di benessere. In effetti, la ricercatezza di certe messe in scena – il tappetino yoga in tinta con il completino sportivo, il verde del smoothie coordinato con la pianta sullo sfondo – rivela come il focus sia in parte spostato dal contenuto (es. fare yoga per stare bene) al contenitore (apparire come “persona wellness” di successo). Questo può contribuire a quella sensazione di competizione o confronto sociale: guardando queste immagini, molti utenti provano un mix di ammirazione e invidia, e inevitabilmente confrontano la propria realtà (magari un salotto in disordine e poco tempo libero) con la perfezione levigata del feed. Numerosi studi hanno collegato l’uso intenso di Instagram a peggioramento della soddisfazione corporea e dell’umore, specie nelle giovani donne, proprio per via di questi confronti costanti con modelli idealizzati. Quando il modello idealizzato non è più solo la top model di Vogue ma anche la wellness influencer apparentemente più “normale”, l’identificazione è ancora più forte e quindi più doloroso il divario percepito.
Un secondo fenomeno correlato è la banalizzazione dei concetti psicologici e della salute mentale sui social, spesso in nome della loro popolarizzazione. Negli ultimi anni c’è stato un boom di contenuti “psy” sulle piattaforme: psicoeducazione in pillole, meme sull’ansia e la depressione, Tiktok di giovani che raccontano il proprio disturbo, reel di psicologi che elencano segni di varie condizioni. Da un lato, questo ha aspetti positivi: contribuisce a rompere lo stigma e a normalizzare il parlare di salute mentale. Come riportato in un articolo, su TikTok la “salute mentale” è diventata un vero trend, quasi una crociata dei giovani, con l’hashtag #mentalhealth usato per condividere esperienze e consigli. Molti ragazzi trovano conforto nel vedere altri coetanei parlare apertamente di ansia, attacchi di panico, ADHD, ecc., sentendosi meno soli. Il dott. Tommaso Zanella (psicoterapeuta) nota che “il bisogno umano di condividere il dolore si appoggia anche alla società di oggi, quella dell’immagine e del narcisismo”: in altri termini, anche nella “società dell’immagine” la condivisione di esperienze dolorose può avere benefici di solidarietà e supporto reciproco. Tuttavia, avverte subito che il rovescio della medaglia è il rischio di banalizzazione e standardizzazione di concetti molto delicati. Su TikTok abbondano video di 15-30 secondi in cui si elencano in modo semplicistico “i 5 segnali che sei depresso” o “10 sintomi dell’ansia somatizzata”. Moltissimi utenti (soprattutto adolescenti) vi si riconoscono immediatamente – magari perché quei sintomi sono comuni e aspecifici – e si autodiagnosticano problemi senza un contesto clinico. Come commenta Zanella, “il pericolo è l’eccesso di semplificazione e l’idea che in rete possano esserci soluzioni valide per tutti”. Un disturbo mentale non può essere compreso e tantomeno risolto con un video di 15 secondi, ma l’algoritmo premia contenuti veloci e generici, non approfondimenti sfumati. Ciò porta a quella che potremmo chiamare estetizzazione della salute mentale: depressione, ansia, traumi diventano etichette pop, trend da seguire, a volte persino badge identitari esibiti (c’è chi in bio elenca le proprie diagnosi come parte del proprio sé pubblico). Il linguaggio psicologico entra nel parlato quotidiano, spesso in modo impreciso: capita che ragazzi dicano “sono in ansia e ho avuto un attacco di panico” quando magari intendono “ero molto preoccupato e ho avuto una crisi di pianto”, oppure definiscono “depersonalizzazione” un normale stato di straniamento adolescenziale.
Questa iper-diffusione superficiale dei termini può essere pericolosa: da un lato si rischia di patologizzare esperienze normali (scambiare la tristezza fisiologica per depressione clinica, l’emotività altalenante per bipolarismo, la timidezza per ansia sociale); dall’altro si rischia di trivializzare vere condizioni (es. dire “che OCD che sono, devo tenere tutto in ordine” come battuta, banalizza il disturbo ossessivo-compulsivo reale). L’estetizzazione del dolore si riferisce anche a questo: il dolore psichico diventa un oggetto di consumo visivo, un tema alla moda, perdendo la sua profondità e unicità.
Sul piano dell’immagine, un caso emblematico è la tendenza di certi utenti (specie su Instagram e Tumblr) a postare foto esteticamente curate che alludono a depressione o ansia: ad esempio foto in bianco e nero con lacrime, frasi malinconiche calligrafate su sfondi suggestivi, selfie col mascara colato ma in pose quasi artistiche. Questa è l’estetizzazione della sofferenza: trasformare la propria vulnerabilità in contenuto estetico condivisibile. Alcuni teorici, come la giovane artista Audrey Wollen con la sua Sad Girl Theory, hanno persino rivendicato una valenza politica e artistica in queste rappresentazioni del dolore femminile su Instagram. Tuttavia, molti psicologi esprimono preoccupazione che una romanticizzazione della depressione (o di comportamenti autolesivi, come nei famigerati gruppi pro-ana o pro-selfharm su Tumblr) possa incoraggiare identificazioni malsane, emulazione o almeno la mancanza di spinta a cercare aiuto reale – se il mio essere depressa diventa il mio brand online, inconsciamente potrei “non voler guarire” perché costruisco attorno ad esso la mia comunità e attenzione.
C’è poi il fenomeno del “sadfishing”: termine coniato nel 2019 per descrivere quando celebrità o influencer condividono pubblicamente storie di sofferenza emotiva (spesso esagerate o imprecise) con l’intento di suscitare empatia e like. Insomma, pescare consensi mostrando tristezza. Questo alimenta un certo cinismo e confonde ulteriormente autenticità e performance: l’audience non sa più se chi racconta la propria ansia lo fa per genuino sfogo o per strategia comunicativa. In ogni caso, i social hanno creato un ambiente dove anche la vulnerabilità può diventare contenuto – il che non è di per sé negativo (condividere vulnerabilità può creare connessioni autentiche), ma in un contesto di visibilità, può subire le logiche del like e del feedback immediato, con effetti distorsivi.
Un altro trend problematico è l’uso commerciale dei temi di salute mentale. Molti brand si accodano a giornate come il World Mental Health Day lanciando campagne social con slogan tipo “prenditi cura di te, compra il nostro prodotto X e #selfcare”. Oppure influencer sponsorizzati integrano nei loro discorsi di auto-aiuto la pubblicità occulta di integratori, tisane rilassanti, app a pagamento. Questo ovviamente fa storcere il naso: temi seri vengono sfruttati per marketing, spesso banalizzandoli in frasi fatte (“non dimenticare: sei abbastanza” e poi link allo shop di coperte weighted blanket).
Finora abbiamo descritto i rischi e lati negativi dell’estetizzazione social del self-care e della salute mentale. È doveroso riconoscere che esistono anche aspetti positivi: una maggiore visibilità di questi temi ha permesso a tante persone di riconoscere di avere un problema e cercare aiuto. Ad esempio, la testimonianza riportata nell’articolo di Minotauro di “Anna”, una ragazza ricoverata in psichiatria che fa video su TikTok dal reparto, ci dice che grazie alla videoconfessione di una youtuber dieci anni fa, Anna seppe dare un nome al suo malessere – depressione – che la madre rifiutava di accettare. Quindi vedere altri condividere esperienze può educare e spingere qualcuno a cercare supporto professionale. Inoltre, comunità online di supporto reciproco possono offrire quell’empatia che spesso manca intorno (pensiamo a minoranze, LGBT, persone in zone dove la salute mentale è tabù, che trovano online comprensione). Lo stesso Zanella riconosce che il beneficio è comunque prioritario: i giovani grazie ai social “formulano maggior richiesta di aiuto” – ovvero, arrivano poi a chiedere una terapia vera, perché intanto hanno sdoganato l’idea. Quindi è un’arma a doppio taglio: con potenziale educativo ma anche rischi di confusione.
In conclusione, l’estetizzazione del benessere e della salute mentale nei social media amplifica la performatività del self-care. Si crea un ciclo in cui la gente non solo cerca di stare bene, ma cerca di apparire come tale davanti agli altri. Il profilo social diventa la vetrina del sé ottimizzato. Da un lato questo può motivare (ci sono challenge di fitness, gruppi di meditazione online che spingono con rinforzo positivo), dall’altro può generare pressione sociale: se tutti i miei amici postano corsette all’alba e smoothie colorati, mi sentirò pigro e “sbagliato” se non faccio lo stesso. Il curatore d’immagine entra in conflitto con l’ascolto autentico di sé: magari oggi avrei bisogno di riposare e basta, ma vedere il feed pieno di #MondayMotivation mi fa alzare per non sentirmi inferiore. Insomma, l’ennesima manifestazione di ansia performativa.
Parallelamente, la spettacolarizzazione della sofferenza su Internet può banalizzare i problemi e creare mode attorno a diagnosi e concetti clinici, col rischio di diffondere misunderstanding o di estetizzare il dolore svuotandolo di significato. Come scrive un articolo sull’argomento, dobbiamo stare attenti a non scivolare dalla lotta allo stigma alla banalizzazione dei concetti, fino alla “estetizzazione del dolore” fine a sé stessa. L’ideale sarebbe sfruttare la potenza comunicativa dei social per informare e sensibilizzare, ma mantenendo profondità e responsabilità. Purtroppo, i meccanismi virali raramente premiano la complessità; sta allora ai fruitori sviluppare un occhio critico e, se necessario, spegnere i riflettori sociali per rientrare in contatto con la propria esperienza autentica, non mediata.
Conclusioni: verso una cura di sé sostenibile e autentica
Lungo questo percorso abbiamo smascherato la “illusione del self-care” contemporaneo: da ideale di libertà personale rischia di tramutarsi in una nuova gabbia fatta di doveri auto-imposti, ansie da prestazione e mercificazione dilagante. La cura di sé, nata come pratica filosofica per coltivare l’anima e vivere meglio in comunità, è stata reinterpretata dalla modernità tardo-capitalista come obbligo individuale di ottimizzazione e come bene di consumo. Questo travisamento ha conseguenze tangibili: molte persone sperimentano stress e senso di inadeguatezza nel cercare di aderire a standard irrealistici di benessere; i disturbi psicologici possono essere aggravati o mascherati da questa cultura del “sempre bene”; e il discorso pubblico sulla salute rischia di ignorare i fattori sociali e strutturali concentrandosi solo sull’individuo.
È importante sottolineare che prendersi cura di sé non è intrinsecamente sbagliato o illusorio. Al contrario, rimane fondamentale – a livello medico, psicologico, umano – che gli individui coltivino sane abitudini, dedicando tempo al riposo, alla riflessione, alle relazioni e alle attività che danno senso. Il problema sorge quando questo viene prescritto come performance e moralizzato. Dunque, come possiamo recuperare una visione equilibrata e autentica della cura di sé?
In primo luogo, riconoscendo la fallibilità e finitezza umana. Come scriveva lo psicologo Winnicott, “essere perfettamente adeguati è disumano”; abbiamo diritto a giornate no, a momenti di tristezza, a indulgere talvolta in un comportamento non ottimale. Un approccio più compassionevole verso se stessi (self-compassion) implica accettare che non saremo sempre produttivi, sempre allegri, sempre in formissima. Questo toglierebbe parecchia pressione. Paradossalmente, accettare le emozioni negative e i limiti – senza colpevolizzarsi – è uno dei pilastri per un vero benessere psicologico.
In secondo luogo, occorre riorientare il concetto di self-care dal consumo all’esperienza. Non servono tanti gadget o rituali complicati per prendersi cura di sé: a volte basta fare una passeggiata all’aria aperta, dormire adeguatamente, parlare con un amico. Spesso le migliori pratiche di cura di sé sono semplici e gratuite. Bisognerebbe demistificare l’idea che serva la candela costosa o il frullato trendy per stare bene. Inoltre, distinguere ciò che facciamo per un genuino beneficio interiore da ciò che facciamo per vetrina: se mi accorgo che sto partecipando a una lezione di spinning non perché mi piace ma perché “fa status”, potrei chiedermi se è davvero quello di cui ho bisogno. In altri termini, riportare la cura di sé a un atto intrinsecamente motivato e non estrinsecamente esibito.
Dal punto di vista culturale, sarebbe auspicabile promuovere un discorso sul benessere più critico e inclusivo. Come suggeriscono Illouz e Cabanas, serve una felicità “senza l’ottimismo conformista e quasi religioso” imposto dall’industria della felicità, ma basata su analisi critica, giustizia sociale e azione collettiva. Ciò significa riconoscere che molte fonti di malessere non si risolvono con rimedi individuali perché affondano in problemi collettivi – precarietà, isolamento urbano, disuguaglianze. Il self-care non può essere la foglia di fico per tagliare servizi pubblici o per ignorare rivendicazioni sociali (“dovete essere resilienti e adattarvi” al posto di migliorare le condizioni di vita). Una società davvero orientata al benessere dovrebbe investire in prevenzione, sanità mentale accessibile, comunità solidali, e combattere quelle cause di stress sistemico. In parallelo, nel campo educativo e mediatico bisognerebbe insegnare pensiero critico verso l’infodemia wellness: aiutare i giovani a distinguere tra consigli validi e mode senza base scientifica, a usare i social senza restarne succubi in termini identitari.
Un ritorno a una concezione più autentica e libera della cura di sé potrebbe paradossalmente recuperare qualcosa delle sue origini filosofiche: l’idea di dedicarsi a sé come esercizio di libertà e non come adeguamento a uno standard. Come auspicava Foucault, si tratta di sviluppare “pratiche di libertà” più che inseguire miraggi di liberazione totale promessi dal mercato. Una pratica di libertà implica creatività, riflessività e volontarietà: posso scegliere di meditare non perché devo diventare più produttivo o perché tutti lo fanno, ma perché mi aiuta davvero e rispetto i miei tempi nel farlo. Posso curare il mio corpo con sport e alimentazione sana, ma senza idolatrare la forma fisica né demonizzare una fetta di torta in compagnia. Posso lavorare su di me in terapia, riconoscendo però che non sarò mai “perfetto” e va bene così.
Importante è anche ristabilire un equilibrio tra il sé e gli altri. La retorica del self-care a volte scade in un egoistico “prima io” che può isolare dagli altri e dal mondo (ci si ripiega narcisisticamente sul proprio benessere). Invece, come insegnavano gli antichi e come Foucault ricordava, la vera cura di sé ha riflessi benefici sugli altri e anzi include le relazioni. Prendersi cura di sé non dovrebbe significare ignorare gli altri o la comunità; al contrario, significa anche sapersi appoggiare quando serve, chiedere aiuto, e prendersi cura degli altri a propria volta. Un esempio virtuoso recente è il concetto di community care: la cura attraverso la comunità (reti di mutuo aiuto, gruppi di sostegno) che integra il self-care. Invece di scaricare tutto sull’individuo, si recupera la dimensione collettiva del benessere. Del resto, l’essere umano è relazionale: un eccesso di auto-focus può aggravare ansie (ruminazione) e depressione, mentre aiutare ed essere aiutati crea senso di appartenenza e scopo.
In ultima analisi, “avere cura di sé” dovrebbe essere un atto di gentilezza verso se stessi, non di tirannia. Se diventa l’ennesimo compito in cui temiamo di fallire, ha perso il suo senso. Dovremmo rivendicare il diritto all’imperfezione e alla vulnerabilità: riconoscere che possiamo prenderci cura di noi anche accettando i nostri momenti negativi, senza trasformarli subito in progetto di miglioramento. A volte, prendersi cura di sé significa concedersi di non fare nulla, o di piangere, o di sbagliare, senza auto-giudicarsi. Questa prospettiva è controcorrente rispetto al mantra dell’ottimizzazione continua, ma probabilmente più sana.
Per concludere, il self-care può essere strappato all’industria e all’ansia performativa e restituito alla sua dimensione più autentica e umana. Ciò richiede consapevolezza critica – come sperato da questo saggio – e forse un po’ di coraggio nel rinunciare alla maschera della perfezione. Come scriveva il filosofo Alain de Botton, “la persona veramente sana è quella che ha imparato a fare pace con le proprie nevrosi”. In altre parole, la felicità non è l’assenza di imperfezioni, ma la capacità di navigare con equilibrio tra luci e ombre della vita. Se sapremo ridimensionare l’illusione tossica di un benessere costante e performativo, potremo tornare a praticare una cura di sé sostenibile, empatica e liberante, per noi stessi e per la collettività.
Fonti:
- Foucault, M. (1984). “Storia della sessualità, vol. 3: La cura di sé”. Parigi: Gallimard. (Analisi del concetto di cura di sé nell’antichità e riflessioni etico-filosofiche)
- Han, B.-C. (2010). “La società della stanchezza”. Roma: Nottetempo.
- Illouz, E. & Cabanas, E. (2019). “Happycracy: How the Science of Happiness Controls Our Lives”. Cambridge: Polity Press.
- Fisher, M. (2009). “Capitalist Realism: Is There No Alternative?”. Londra: Zero Books.
- Curran, T., & Hill, A. (2017). “Perfectionism Is Increasing Over Time”. Psychological Bulletin, 143(1), 1-18.
- Cederström, C., & Spicer, A. (2015). “The Wellness Syndrome”. Cambridge: Polity Press.
- Global Wellness Institute (2024). Global Wellness Economy Monitor.
- Gordon, C. (2019). “The Wellness Paradox: The Stress of Being Healthy”, PsychAlive. .
Lascia un commento