La risata divergente: umorismo e musica come ponte per un pensiero fuori schema

Introduzione

L’umorismo mi ha sempre affascinato per il suo potere di connettere le persone al di là delle differenze. Da persona con un modo di pensare spesso divergente – talvolta etichettato come “fuori schema” o perfino neurodivergente – ho scoperto presto che la risata poteva essere un ponte sociale potentissimo. Da ragazzino, mentre i coetanei parlavano di sport o moda, io citavo a memoria sketch surreali dei Monty Python o tormentoni assurdi sentiti alla radio. In quei momenti accadeva qualcosa di magico: anche chi mi trovava “strano” rideva, e per qualche attimo sentivo di aver creato una connessione. La musica ha avuto un effetto simile: cantare insieme un ritornello demenziale o suonare una melodia comica rompeva il ghiaccio. Humor e musica, per me, sono diventati linguaggi paralleli con cui esprimere emozioni, pensieri e stravaganze che altrimenti sarebbero rimasti intrappolati nella mia testa.

Il filo conduttore di questo saggio è proprio questo: come l’umorismo (insieme alla musica) può fungere da codice condiviso, da ponte sociale, per chi sente di avere un pensiero differente. Esploreremo i meccanismi psicologici che rendono qualcosa divertente, le funzioni sociali e neurologiche della risata, e come tutto ciò assume un significato particolare per chi pensa in modo divergente. Vi condurrò in un viaggio narrativo attraverso capitoli tematici, intrecciando riflessioni teoriche e scientifiche con aneddoti personali e riferimenti alla cultura pop (e pop-colta) che ha formato il mio senso dell’umorismo. Incontreremo filosofi e psicologi che hanno spiegato perché ridiamo, tribù che si uniscono attorno a un fuoco raccontando barzellette, comici geniali come Monty Python , Alto Gradimento e Maccio Capatonda che con la loro follia surreale hanno fatto breccia nel mio cuore, e vedremo come la risata è cambiata dai anni ‘90/2000 ad oggi, nell’era di meme virali e video da 15 secondi. Non mancherà uno sguardo critico sui fenomeni nostrani – dai cinepanettoni ai paninari, dall’effetto del berlusconismo sulla comicità nazionale al dibattito odierno su politicamente corretto e cultura woke.

Il tono sarà personale, brillante ed empatico, a tratti ironico e autoironico (come si conviene parlando di umorismo). Vi parlerò da amante sfegatato della comicità demenziale, satirica e insieme “alta” . Spero che, leggendo, vi sembri di chiacchierare con un amico un po’ strambo ma simpatico, che passa con leggerezza da un riferimento a South Park a uno a Pirandello, che cita gag di Guzzanti o Luttazzi e subito dopo uno sketch di Lillo & Greg, il tutto cercando di capire cosa rende l’umorismo così fondamentale nella nostra vita.

Preparatevi, dunque, a un viaggio lungo e pieno di digressioni divertenti ma – spero – mai gratuite. Alla fine del percorso, potremmo scoprire insieme che la risata, oltre a farci compagnia, è anche uno specchio: ci mostra chi siamo, di cosa abbiamo paura, cosa amiamo, e come anche chi si sente diverso può trovare nel ridere con gli altri la propria strada per sentirsi parte di qualcosa. Iniziamo dalle basi: perché ridiamo? Quali sono i meccanismi psicologici che trasformano un evento qualunque in una fonte di ilarità?

Capitolo 1: I meccanismi psicologici dell’umorismo

Cos’hanno in comune una battuta di spirito raffinata, una gag demenziale alla Monty Python, e la scena di qualcuno che scivola su una buccia di banana? All’apparenza poco, eppure tutte queste situazioni possono farci ridere. Nel corso dei secoli, filosofi, psicologi e studiosi hanno provato a spiegare i principali meccanismi psicologici dell’umorismo, identificando alcune teorie chiave su cosa provochi la risata nella mente umana. In questo capitolo esploriamo quattro grandi filoni teorici: l’incongruenza, il sollievo, la superiorità e la più recente violazione benigna. Non temete, non sarà una lezione noiosa: per ciascuna teoria vedremo esempi concreti (e magari qualche aneddoto personale) per capire come funzionano questi meccanismi quando ridiamo nella vita di tutti i giorni.

Teoria dell’incongruenza: Immanuel Kant e Arthur Schopenhauer – non proprio due comici, ma filosofi seriosi – furono tra i primi a notare che ridiamo dell’inatteso. La teoria dell’incongruenza sostiene infatti che il riso scaturisce quando c’è uno scarto improvviso fra ciò che ci aspettiamo e ciò che accade realmente. In altre parole, l’umorismo nasce da una sorpresa: una violazione del modello previsto o della logica ordinaria, purché questa violazione non sia realmente minacciosa o distruttiva. Pensate a una barzelletta classica: la struttura è quasi sempre quella di creare un’attesa e poi sovvertirla con una conclusione assurda. Quando ero bambino, uno dei primi sketch che ricordo di aver trovato esilarante era la “Spanish Inquisition” dei Monty Python. Nello sketch, in vari contesti seriosi qualcuno esclama “I didn’t expect a Spanish Inquisition!” – non mi aspettavo l’Inquisizione Spagnola – e immediatamente irrompono in scena tre cardinali spagnoli in abiti rossi gridando “Nobody expects the Spanish Inquisition!”. Ecco, quel momento mi faceva scoppiare a ridere proprio per l’assurdità incongruente: in un contesto moderno irrompe qualcosa di totalmente fuori luogo (per di più presentato esattamente con la frase “nessuno si aspetta l’Inquisizione spagnola!”). La teoria dell’incongruenza evidenzia l’importanza della sorpresa e della dissonanza cognitiva nell’umorismo: ridiamo quando riusciamo a percepire la frattura fra uno schema atteso e una nuova interpretazione bizzarra, senza però sentirci realmente in pericolo. Se l’irruzione dei cardinali spagnoli avesse minacciato seriamente i personaggi, probabilmente saremmo spaventati; invece è una sorpresa innocua e ridicola, quindi ridiamo. In sintesi, l’incongruenza funziona come motore comico perché il nostro cervello gode nel vedere sovvertito, in modo ingegnoso o assurdo, l’ordine delle cose.

Teoria del sollievo: Vi è mai capitato di ridere in una situazione tesa o imbarazzante, quasi come valvola di sfogo? A me sì: ricordo ancora quando, durante un esame universitario particolarmente stressante, una ragazza sbagliò clamorosamente la pronuncia di un termine filosofico, creando un gioco di parole involontario. L’aula scoppiò in una risata liberatoria – e ricordo la sensazione fisica di sollievo, come se l’aria si fosse purificata. Sigmund Freud, che di pressioni interiori se ne intendeva, già a fine Ottocento propose la teoria del sollievo: secondo Freud l’umorismo serve proprio a liberare tensioni psichiche represse, consentendoci di esprimere pensieri e emozioni altrimenti inaccettabili in modo socialmente tollerabile. In quest’ottica, la battuta è come una valvola dalla quale facciamo sfiatare il “vapore” accumulato di ansie, paure, desideri proibiti. Ridiamo perché, ridendo, scarichiamo un eccesso di energia nervosa e ci sentiamo alleggeriti. Pensate alle barzellette un po’ oscene o macabre: secondo Freud hanno successo perché dicono (sotto forma di scherzo) cose che normalmente la società ci impedisce di dire, specialmente riguardo sesso o aggressività. L’atto di ridere sblocca quell’energia repressa in modo innocuo. Anche senza scomodare Freud, tutti sappiamo per esperienza che farsi una risata aiuta ad allentare la tensione. Quante volte durante una giornata stressante cerchiamo un video divertente o uno sketch su YouTube per “prenderci una pausa”? La risata arriva dove c’è imbarazzo, paura o stress e li alleggerisce. Questa teoria spiega anche il fenomeno delle battute nei momenti bui: medici al pronto soccorso, soldati in trincea, o perfino familiari durante un funerale, spesso usano un umorismo nero per sopportare l’angoscia – ed è sorprendente come spesso proprio le risate fuori luogo siano le più irrefrenabili, segno che la tensione aveva davvero bisogno di uscire.

Teoria della superiorità: Passiamo ora a una teoria un po’ meno nobile sul perché ridiamo, proposta in origine addirittura da Thomas Hobbes (quello del “l’uomo è un lupo per l’uomo”). La teoria della superiorità sostiene che si rida perché ci si sente in qualche modo superiori rispetto a qualcun altro che appare goffo, maldestro o sfortunato. In effetti, un tipo di umorismo molto comune è quello che in tedesco chiamano Schadenfreude, cioè il ridere delle disgrazie altrui. Pensiamo alle classiche “scivolate sulla buccia di banana” nei film comici: perché ridiamo quando un personaggio cade a terra? Hobbes direbbe: perché istintivamente ci compiacciamo che non siamo noi a terra; ridiamo di lui sentendoci per un attimo “un passo sopra”. Questa forma di comicità è quella delle gaffe, delle cadute, delle figuracce altrui. Henri Bergson, altro filosofo interessato al riso, aggiunse che spesso il comico nasce dal vedere un comportamento “meccanico” dove dovrebbe esserci vitalità: ad esempio un uomo che cammina impettito e poi scivola mostra il contrasto tra la nostra aspettativa (il portamento dignitoso) e la realtà fisica (la caduta ridicola). E in quella caduta un po’ lo “puniamo” del suo essere troppo rigido, troppo serio – e ci sentiamo superiori alla sua sventura. Personalmente, devo ammettere che questo è il tipo di umorismo che meno mi piace quando è gratuito o cattivo. Eppure, anche io rido se vedo un amico incasinarsi in qualcosa in modo buffo (subito dopo essermi assicurato che non si sia fatto male!). C’è una componente relazionale importante: ridere con qualcuno delle sue piccole disavventure può essere un gesto di complicità affettuosa, mentre ridere di qualcuno in modo sprezzante è tutt’altra cosa. Hobbes però sottolineava soprattutto quest’ultimo aspetto: la risata come “gloria improvvisa”, un confronto implicito in cui emerge la nostra superiorità. Se pensiamo a certe commedie degli equivoci in cui il pubblico sa qualcosa che il personaggio ignaro ignora, c’è un pizzico di questo meccanismo: ridiamo un po’ perché noi siamo “più furbi” del povero personaggio gabbato. È un meccanismo antico (pensate alle commedie di Plauto dove il servo inganna il padrone e il pubblico gongola), ma oggi sappiamo che è solo uno dei tanti sapori della risata – spesso mescolato con gli altri.

Teoria della violazione benigna: L’ultima teoria di cui vi parlo è quella più recente e, personalmente, la trovo affascinante perché fa un po’ da sintesi delle precedenti. Si chiama Benign Violation Theory ed è stata sviluppata dallo psicologo Peter McGraw con Caleb Warren qualche anno fa. In italiano potremmo chiamarla teoria della violazione benigna, che suona quasi come un ossimoro: cosa significa? In breve, l’idea è che ridiamo quando qualcosa viola una regola o aspettativa, ma in modo innocuo. C’è quindi sia l’elemento dell’incongruenza/violazione (qualcosa esce dallo schema o dalle norme), sia l’elemento del sollievo/innocuità (questa violazione non è pericolosa né veramente offensiva). Se ci pensate, molte cose divertenti funzionano così: sono “sbagliate” ma senza conseguenze serie. Una parodia, ad esempio, è una violazione benigna: prende un’opera seria e ne infrange le regole (violazione) per farci ridere, ma lo fa senza intenzione di distruggere l’originale, anzi spesso con affetto (benigno). Un esempio che adoro: la parodia dei trailer cinematografici fatta da Maccio Capatonda in “Natale al cesso”. Lui imita i trailer dei cinepanettoni (Natale a…) violandone tutte le convenzioni (titolo assurdo, scene demenziali) – è una violazione delle regole del genere, ma chiaramente è “benigna” perché lo scopo è far ridere, non lanciare davvero un film scandaloso. E infatti è esilarante proprio perché sembra rompere un tabù (un film intitolato così volgarmente) ma lo fa in un contesto fittizio, innocuo. McGraw nei suoi studi faceva l’esempio del tickling (il solletico): è tecnicamente un’aggressione (qualcuno tocca il nostro corpo senza permesso) però viene percepita come benigna se fatta per gioco, e ci fa ridere. Viceversa, la stessa identica azione in un vicolo buio da parte di uno sconosciuto non ci farebbe ridere affatto! Dunque la chiave è quell’equilibrio: la “violazione” deve essere sufficientemente lieve o astratta da non scatenare paura o disgusto reali. È una teoria che spiega bene perché spesso le battute più divertenti stanno sul confine del proibito: giocano con i limiti (di lingua, di morale, di logica) ma non li oltrepassano mai davvero in modo maligno. Pensate a South Park: in ogni episodio “violano” tutte le regole del buon gusto, prendono in giro chiunque (religioni, celebrità, minoranze, maggioranze, niente è salvo) – eppure milioni di persone ridono perché percepiscono che è satira, è “per finta”, è uno scherzo esagerato (benigno) e non un attacco serio e pericoloso. Non a caso, se South Park fa una battuta pesantissima su una celebrità, magari ridiamo; se quella stessa frase fosse detta in un telegiornale la reazione sarebbe indignazione. La violazione benigna è dunque una sorta di patto tra comico e pubblico: “Ti faccio vedere qualcosa di sbagliato, ma tranquillo, è solo per ridere”. Personalmente trovo che questa teoria spieghi bene perché certe cose mi fanno ridere solo se dette da certi comici o in certi contesti: dipende se mi fido che sia benigno. Un insulto in bocca a un comico bonario come Lillo (di Lillo & Greg) in un loro sketch surreale, ad esempio, mi fa ridere perché so che è gioco; lo stesso insulto detto con astio reale in un contesto reale mi disturberebbe.

Abbiamo visto dunque quattro prospettive diverse sul fenomeno umoristico. In realtà, la maggior parte delle battute riuscite combinano più meccanismi: c’è sempre un elemento di incongruenza o sorpresa, spesso c’è un piccolo sollievo da qualche tensione (anche solo la tensione narrativa di “come finirà la barzelletta?”), talvolta c’è un senso di superiorità (magari implicito: “io ho capito il gioco di parole, che intelligente che sono!”), e quasi sempre c’è una norma infranta in modo innocuo. Questi meccanismi psicologici non agiscono in modo isolato ma intrecciato. Ad esempio, prendiamo una scena che mischia un po’ tutto: nel film “Fantozzi”, quando il ragionier Fantozzi gioca a biliardo con il direttore e, sbagliando clamorosamente il tiro, finisce per rompere tutto, noi ridiamo perché è incongruente (non ti aspetti che uno mandi in frantumi un lampadario colpendolo con la stecca!), c’è sollievo (si rompe la tensione servile tra impiegato e direttore), c’è superiorità (Fantozzi è goffo e maldestro, noi e gli altri personaggi ridiamo di lui), e la situazione è una violazione benigna (un disastro ma in una commedia, nessuno si fa male davvero e Fantozzi resta illeso nella sua tragicomicità). Il cocktail di queste componenti provoca la risata catartica collettiva.

Conoscere i meccanismi psicologici sottostanti non toglie nulla alla bellezza dell’umorismo – semmai la accresce, perché ci fa capire quanto complesso e affascinante sia il semplice atto di ridere. Ogni volta che sorridiamo a una battuta stiamo inconsapevolmente facendo lavorare il cervello: stiamo confrontando aspettative e realtà, valutando se c’è pericolo o meno, collocandoci in una posizione rispetto a chi/ciò di cui si ride, e così via. L’umorismo, insomma, è una cosa terribilmente seria da un punto di vista cognitivo! Lo approfondiremo meglio nel prossimo capitolo, dove vedremo come ridere faccia bene al cervello e al cuore (in senso sia letterale sia metaforico). Ma prima di andare oltre, vorrei sottolineare un’ultima cosa che ho imparato esplorando queste teorie: l’umorismo è poliedrico. Ciò che fa ridere me fino alle lacrime – ad esempio una scena assurda dei Monty Python – ad un altro potrebbe non fare alcun effetto, e viceversa qualcuno può trovar spasso in barzellette che a me paiono banali. I gusti comici variano da persona a persona, e dipendono da sensibilità individuale, cultura, esperienza. La risata è universale come atto, ma personale nelle cause. Tenetelo a mente, perché tornerà quando parleremo di neurodivergenze: spesso chi pensa in modo “diverso” ride per cose diverse. Ed è bellissimo così, perché significa che l’umorismo è democratico e inclusivo: c’è sempre almeno un tipo di comicità per ciascuno di noi.

Capitolo 2: Le funzioni sociali e neurologiche della risata

Vi siete mai chiesti perché ridere è contagioso? Perché quando siamo in compagnia e qualcuno scoppia a ridere, spesso ridiamo anche noi senza neppure sapere il perché? La risata non è solo un fatto psicologico individuale: è soprattutto un fenomeno sociale e persino neurologico molto complesso, affinato da millenni di evoluzione. In questo capitolo passeremo dalla singola battuta al potere della risata nelle relazioni umane e nei nostri cervelli. Scopriremo che ridere insieme agli altri crea legami profondi, che la risata è un linguaggio universale (quasi come la musica) e che ha effetti misurabili sul nostro organismo: dal rilascio di endorfine nel cervello al rafforzamento del sistema immunitario.

La risata come collante sociale: Uno dei ruoli più evidenti del ridere è la sua capacità di unire le persone. Pensate a quando, in un gruppo, si condivide una bella risata: per un momento ci si sente tutti sulla stessa lunghezza d’onda, complici. Gli antropologi suggeriscono che il riso abbia origini antiche proprio come segnale di appartenenza al gruppo e di sicurezza. I primati (scimpanzé, gorilla, ecc.) fanno qualcosa di simile al ridere quando giocano: un hee-hee ansimato che comunica “è solo un gioco, non sto attaccando davvero”. Nell’evoluzione umana, la risata potrebbe aver assunto la funzione di rafforzare i legami tribali: ridiamo insieme, quindi ci fidiamo l’uno dell’altro e condividiamo una visione del mondo. Non è un caso se spesso le battute “da iniziati” (inside jokes) cementano amicizie o gruppi di lavoro – quante volte in una comitiva c’è la gag ricorrente che fa ridere solo quelli che c’erano? Io nel mio gruppo di amici storici ho almeno cinque o sei tormentoni che ripetiamo da anni e che probabilmente farebbero alzare un sopracciglio a un estraneo; eppure per noi quelle frasi sono quasi rituali di appartenenza. Condividere l’umorismo significa condividere un codice. L’umorismo è dunque uno strumento di comunicazione, di legame e coesione sociale. Alcuni studiosi parlano addirittura di “ipotesi del cervello sociale” per cui il nostro encefalo si sarebbe sviluppato anche per gestire dinamiche complesse come far ridere gli altri e capire quando ridere: un vero e proprio lubrificante sociale.

Ridendo insieme si creano complicità: la risata segna il confine tra “noi” (che ridiamo di questa cosa perché la capiamo) e “loro” (chi non la capirebbe). Ovviamente questo ha anche un rovescio della medaglia: l’umorismo può escludere chi non condivide codici o riferimenti. Pensate a quando in presenza di persone di culture diverse magari scappa una battuta locale: chi non afferra il riferimento resta fuori e può persino sentirsi a disagio. D’altronde, ogni medaglia ha il suo lato B: l’umorismo include e unisce, ma a volte esclude i non iniziati. Da adolescente, con il mio umorismo un po’ bizzarro, ho vissuto entrambe le esperienze: da un lato, trovare altri che ridevano delle mie stesse stranezze mi faceva sentire meno solo (evviva, non sono l’unico a trovare geniale una scena nonsense di Monty Python!); dall’altro, a volte facevo battute che capivo solo io, e vedere facce confuse attorno a me mi faceva sentire un alieno. Insomma, la risata è un codice comunicativo: parla a chi ha gli strumenti per decifrarla.

Il linguaggio della risata: A proposito di codice comunicativo, è interessante notare che la risata precede il linguaggio nella nostra vita: i bambini ridono molto prima di saper parlare. Il riso di un neonato quando gioca con i genitori è uno dei primi segnali di interazione sociale. Anche in età adulta, la risata spesso dice più di mille parole. Abbiamo risate diverse a seconda dei contesti: la risata spontanea e di cuore tra amici, la risatina controllata in ufficio per allentare la tensione, la risata forzata che usiamo per cortesia quando il capo fa una battuta che non fa ridere… Già, perché esiste anche la risata “sociale” finta, che pur non essendo sincera ha comunque una funzione: lubrifica le interazioni, evita attriti (magari la battuta del capo era pessima, ma ridacchiando mostriamo rispetto). Gli psicologi hanno osservato che ridiamo molto più spesso per commenti banali in compagnia che per vere battute: come dire, il riso è un segnale di amicizia, un “ti sono vicino” più che una reazione a qualcosa di esilarante. Un esperimento curioso mostrò che le persone ridono di più a una battuta scadente se pensano provenga da qualcuno di status superiore (es: un professore) rispetto alla stessa battuta attribuita a un pari grado. La risata dunque comunica qualcosa su di noi e sui rapporti di potere. Anche in situazioni di flirt o di relazione sentimentale la risata gioca un ruolo da protagonista: ridere alle battute di qualcuno può essere un segnale di interesse (quasi un “mi piaci, voglio farti sentire apprezzato”), e l’intesa comica è spesso citata come uno degli ingredienti fondamentali dell’attrazione. Personalmente l’ho sempre pensato: trovare qualcuno che rida delle tue battute è quasi come sentirsi dire “ti capisco, siamo sulla stessa lunghezza d’onda”. E poter ridere insieme alla persona che ami è uno dei piaceri più grandi della vita: in quei momenti il mondo esterno scompare e resta solo la bolla di due persone che si fanno compagnia ridendo.

Ridere fa bene al corpo e al cervello: Fin qui abbiamo parlato della risata come fenomeno sociale, ma dietro le quinte c’è un complesso meccanismo neurologico e fisiologico. Quando ridiamo, succedono tante cose nel nostro corpo. Innanzitutto il cervello coinvolge diverse aree per elaborare l’umorismo. Gli studi di neuroimaging mostrano che comprendere una barzelletta attiva la corteccia prefrontale, deputata alle funzioni cognitive superiori, perché dobbiamo cogliere il significato nascosto o il doppio senso; entrano in gioco anche le aree temporali (per decodificare il linguaggio, i giochi di parole, le metafore). Una volta “capita” la battuta, scatta il sistema di ricompensa: l’area tegmentale ventrale e il nucleo accumbens rilasciano dopamina, dandoci quella sensazione di piacere e appagamento legata al ridere. Contemporaneamente, una buona risata fa liberare endorfine, gli oppioidi naturali del cervello, che inducono relax e possono perfino alzare la soglia del dolore. Vi è mai capitato di ridere così tanto da sentirvi stanchi ma beati dopo? Ecco, sono le endorfine in circolo, che funzionano un po’ come una piccola dose di morfina autoprodotta, regalando benessere e perfino mitigando eventuali dolori.

Dal punto di vista fisico, ridere coinvolge molti muscoli (pensate alle mandibole, ai muscoli facciali, al diaframma) e migliora la respirazione: una bella risata profonda ossigena il sangue perché espiriamo ed inspiriamo a fondo, e questo fa bene al corpo. Alcuni studi hanno evidenziato effetti sorprendenti: ad esempio, ridere migliora la circolazione sanguigna e può avere un effetto positivo sul sistema immunitario. C’è uno studio famoso degli anni ‘80 in cui si mostrava che guardare film comici aumentava l’attività delle cellule natural killer (quelle che combattono virus e tumori) nel sangue dei soggetti esaminati. Sembra quasi la pubblicità di Mary Poppins (“una risata al giorno toglie il medico di torno”), ma ha un fondo di verità. Ridendo si vive meglio e forse di più: una ricerca longitudinale condotta in Norvegia su oltre 53.000 persone in 15 anni ha trovato che chi aveva un forte senso dell’umorismo aveva tassi di mortalità più bassi, specialmente per certe cause come le malattie cardiache. Nelle donne l’effetto era particolarmente marcato, ma anche negli uomini c’era correlazione. Ovviamente non significa che ridere renda immortali, ma che probabilmente chi sa ridere gestisce meglio lo stress e questo ha ricadute positive sulla salute.

A livello cognitivo, l’umorismo è un ottimo allenamento per il cervello. Capire una battuta è un piccolo problem solving: spesso dobbiamo reinterpretare una frase, cogliere un riferimento, fare un collegamento insolito. Come notava il grande Arthur Koestler, l’umorismo implica una forma di pensiero laterale: dobbiamo uscire dai percorsi logici abituali e creare un ponte improvviso tra due concetti lontani (lui la chiamava bisociazione, ovvero il far scattare insieme due schemi mentali distinti, producendo la scintilla comica). Ogni volta che ridiamo per un gioco di parole, per esempio, stiamo in un istante vedendo una parola sotto due significati diversi e inconsciamente apprezzando la creatività di quell’accostamento. Tutto ciò stimola creatività e flessibilità mentale. Non per nulla, avere un “senso dell’umorismo vivace” è considerato una caratteristica delle persone ad alto potenziale cognitivo. Inoltre, umorismo e memoria a volte vanno a braccetto: tendiamo a ricordare meglio le informazioni presentate in modo umoristico, perché l’emozione positiva funziona da collante mnemonico.

La risata come terapia e coping: Data la sua capacità di dare piacere e ridurre lo stress, non sorprende che la risata abbia anche un ruolo di coping (fronteggiamento delle difficoltà). In psicologia si parla di humor come meccanismo di difesa: lo stesso Freud, al di là della teoria del sollievo, riconosceva che l’umorismo è una strategia dell’Io per proteggersi dal dolore. C’è una sua frase celebre: “L’umorismo è il più potente meccanismo di difesa. Permette un risparmio di energia psichica: con una battuta blocchiamo l’irrompere di emozioni spiacevoli”. Quante volte, di fronte a una notizia brutta, diciamo “se non ci scherzo su, ne esco pazzo”? Io personalmente ho attraversato momenti difficili in cui l’unica cosa che mi faceva tirare avanti era trovare un lato comico, una ironia nella situazione. Ricordo quando, durante un lungo ricovero ospedaliero di un familiare, ci ritrovavamo tra parenti a fare umorismo nero sulla pessima mensa o sulle attese infinite: era un modo per esorcizzare la paura. Ridendo insieme in corsia, quel corridoio d’ospedale diventava per qualche minuto un palcoscenico di piccole gag che ci distraevano dall’angoscia. L’umorismo può nascere in contesti dolorosi come scudo emotivo.

Non a caso, esiste la gelotologia, ossia la “terapia della risata”: in alcuni ospedali si praticano sessioni di risata indotta (o si portano clown in corsia) per aiutare i pazienti a rilassarsi e magari percepire meno il dolore. Effettivamente, come accennato, la risata intensa rilascia endorfine che sono analgesiche, e distrae il cervello dal segnale del dolore. Certo, non cura le malattie, ma migliora la qualità di vita di chi soffre. Persino il sistema cardiovascolare ringrazia: ridere fa aumentare il battito e poi lo rallenta, è come un mini jogging interno che mantiene elastici i vasi sanguigni.

Riassumendo, la risata svolge funzioni sociali fondamentali (comunicazione, legame, allentamento delle tensioni nel gruppo) e ha effetti neurologici benefici (attiva circuiti del piacere, rilascia neuromodulatori positivi) e fisiologici (riduce ormoni dello stress come il cortisolo, potenzia alcune difese immunitarie, migliora circolazione e respirazione). Viene quasi da dire: perché non ridiamo tutto il tempo allora? Beh, il fatto è che l’umorismo è una faccenda delicata e sofisticata, come visto nel capitolo precedente. Non tutto per tutti è divertente, e ci sono contesti in cui ridere non è semplice. Inoltre, come ogni strumento potente, anche la risata va dosata: ridere da soli mentre tutti sono seri può metterci nei guai (penso a quando a scuola mi veniva da ridere in situazioni serissime, tipo durante un minuto di silenzio – un classicissimo caso di risata nervosa: il cervello trova una via di fuga proprio quando non si dovrebbe ridere).

Infine, è interessante notare che la risata ha un suono universale: ahahah lo capiscono tutti i popoli, anche se la lingua è diversa. Proprio come la musica, anche la risata è un linguaggio universale delle emozioni. Per questo spesso humor e musica vanno a braccetto nelle culture: pensiamo alle canzoncine comiche, agli stornelli satirici, alle filastrocche scherzose per bambini. Più avanti parleremo di come la musica demenziale (da Frank Zappa agli Elii) abbia rappresentato per me un doppio canale espressivo. Ma prima voglio addentrarmi in un tema a me molto caro: come l’umorismo possa diventare un codice comunicativo particolare per chi ha un pensiero divergente o neuroatipico. Se ridere insieme è un linguaggio universale, è interessante vedere come cambia l’uso di questo linguaggio in chi percepisce il mondo in modo diverso dalla maggioranza.

Capitolo 3: Umorismo e pensiero divergente – un codice per menti “altre”

C’è una frase che lessi tempo fa su un forum di persone autistiche che mi colpì moltissimo: “Le persone autistiche non sono senza senso dell’umorismo: sono piene di un umorismo altro. Fatto di logica assurda, empatia profonda, meme che curano, e battute che i neurotipici non colgono”. In quella descrizione poetica ritrovai molto di me stesso. Questo capitolo è dedicato a esplorare l’umorismo dal punto di vista di chi ha un pensiero divergente o neurodivergente – termini ombrello che possono includere condizioni come l’autismo, l’ADHD, l’alto potenziale cognitivo (plusdotazione) e in generale modi di pensare atipici. L’idea di fondo è che l’umorismo possa funzionare come un codice linguistico speciale per esprimere e condividere un modo di vedere il mondo diverso dal comune.

Partirò dalla mia esperienza personale: da sempre mi hanno detto che “ho un umorismo strano”. Da bambino facevo ridere gli adulti con osservazioni ingenuamente assurde (spesso senza intendere di essere divertente: semplicemente pensavo in modo laterale), mentre coi coetanei faticavo a sintonizzarmi sul loro tipo di umorismo. Alcune cose che facevano sbellicare i miei compagni a me non dicevano niente, e viceversa io ridevo per cose che gli altri trovavano inspiegabili. Crescendo ho scoperto di non essere il solo “strano”: ho incontrato persone dalla mente brillante e un po’ eccentrica con cui condividevo esattamente quel tipo di humor. Era come scoprire che esiste un’altra frequenza radio su cui pochi trasmettono, ma quando la trovi e comunichi lì sopra, la comprensione è immediata e profonda.

Umorismo e plusdotazione (alto quoziente intellettivo): Un caso interessante di pensiero divergente è quello delle persone plusdotate, cioè con intelligenza significativamente sopra la media. Studi e testimonianze suggeriscono che spesso queste persone hanno un senso dell’umorismo sviluppatissimo, ma anche molto peculiare. L’umorismo è una delle forme più sofisticate di comunicazione umana, e proprio per questo per i gifted (così vengono anche chiamati) può diventare un terreno accidentato. La loro mente, operando su connessioni inusuali e pensieri rapidissimi, li porta a fare battute che però non sempre vengono comprese da chi li circonda. In pratica, il cervello di una persona ad alto potenziale a volte va troppo veloce o troppo lontano: la battuta che a lui/lei pare evidente risulta oscura agli altri. È come se parlasse un dialetto comico tutto suo. Un articolo del Centro Psicodiagnostico Italiano descrive bene questo fenomeno: i gifted fanno spesso battute complesse, infarcite di giochi di parole, riferimenti culturali o scientifici poco noti – ciò che per loro è divertente ed evidente, per altri può sembrare criptico. Inoltre hanno pensiero laterale spiccato (trovano collegamenti insoliti) e un’elevata velocità mentale, tanto che chi ascolta può faticare a star dietro al filo logico che porta alla battuta. Mi viene in mente un mio amico, un vero genio matematico, che trovava spassosi i paradossi logici e le barzellette sui numeri immaginari: per lui erano humor purissimo, ma se li raccontava fuori dalla cerchia dei “simili” otteneva in cambio solo sguardi persi. Quante volte i plusdotati finiscono per sentirsi i “marziani” della risata?

C’è persino un termine che lessi in quell’articolo: “solitudine comica”. Descrive bene la situazione di chi fa una battuta intelligente o originale e viene accolto dal silenzio generale. Ridere insieme è una forma di connessione sociale, e quando le proprie battute non vengono capite, si può sviluppare un senso di isolamento o frustrazione. Alcuni gifted imparano quasi a censurarsi, evitando di fare umorismo in pubblico per non sembrare strani o arroganti (perché magari la loro battuta citava un concetto di nicchia e temono di passare per “saputelli”). Ricordo che alle superiori avevo il pallino di inserire riferimenti letterari ironici nelle frasi – niente di che, citazioni sarcastiche da libri – ma invece di ridere molti compagni mi guardavano come stessi parlando arabo. Col tempo, confesso, iniziai a farlo meno a scuola e a tenermi quelle battute per i miei diari o per gli amici fidati che sapevo potevano apprezzare. Questa sorta di disconnessione comica è un peccato, perché è come se chi ha una mente vivace si trovasse a parlare senza pubblico in ascolto. Ma, come nota l’articolo, c’è anche un lato positivo: quando finalmente incontri qualcuno sulla tua lunghezza d’onda mentale, chi ti capisce ride davvero. La risata condivisa in quel caso è ancora più appagante, perché non è di circostanza: è genuina al 100%. In effetti, alcuni dei legami più forti che ho stretto in vita mia sono nati proprio dal riconoscersi in un certo humor “di nicchia”. Ricordo all’università l’emozione di conoscere un collega con la passione per Corrado Guzzanti: iniziammo a parlare citando a raffica i suoi sketch semi-sconosciuti (tipo le poesie sociali di Quelo o le lezioni di sostegno di Rokko Smitherson) e ridevamo come pazzi – intorno a noi nessuno capiva il perché di tanto divertimento. Da lì nacque un’amicizia cementata a suon di battute ricercate. È la prova vivente di quel che dicevano i ricercatori: i gifted (o semplicemente le persone con interessi peculiari) cercano gruppi affini dove il loro umorismo sia apprezzato, e quando li trovano, finalmente le battute incomprese altrove diventano risate condivise.

Umorismo e autismo: Un altro ambito dove humor e neurodivergenza si intrecciano in modo affascinante è lo spettro autistico. C’è un luogo comune – assolutamente falso – secondo cui le persone autistiche “non avrebbero senso dell’umorismo”. In realtà, come molte testimonianze ormai confermano, le persone nello spettro ridono eccome e spesso hanno un humor ricchissimo, solo che segue codici differenti da quelli neurotipici. La neuropsicologa Claire Jack scrive che le persone con autismo sono divertenti quanto le altre, ma possono mostrare l’umorismo in modi diversi e sono meno inclini a ridere solo per conformità sociale. Questo punto è interessante: molti autistici ridono quando trovano davvero qualcosa di buffo, ma non ridono “per convenzione”. Ad esempio, un mio conoscente autistico mi raccontava che da ragazzo trovava straniante al cinema sentire tutti ridere insieme a scene non poi così buffe – lui rideva magari in momenti diversi, se coglieva qualche assurdità logica. Non significa che non capisse l’umorismo: anzi, lo interpretava a modo suo. Spesso l’umorismo di chi è nello spettro è descritto come molto logico o letterale. Alcuni autistici adorano i giochi di parole, perché giocano sul significato letterale delle frasi, oppure l’umorismo visuale, fisico, che non richiede di “leggere tra le righe” segnali sociali. Di contro, ironia e sarcasmo, che implicano capire intenzioni nascoste e tono, possono essere difficili per loro – non per mancanza di intelligenza, ma perché il loro cervello tende a processare il linguaggio in modo letterale. Ma attenzione: non tutti gli autistici hanno difficoltà con ironia e sarcasmo, alcuni li padroneggiano benissimo (specialmente se hanno imparato le “regole” implicite). E c’è un paradosso curioso: dire che “gli autistici non capiscono l’ironia” è a sua volta una generalizzazione ironicamente smentita da tanti autori autistici che fanno brillante satira proprio su questo stereotipo!

In generale, alcuni studi indicano che bambini e adulti nello spettro godono dell’umorismo ma potrebbero preferire tipi diversi di battute. Ad esempio, uno studio citato su Psychology Today notava che bambini autistici ridono principalmente quando trovano qualcosa genuinamente divertente, e meno come segnale sociale gratuito. Inoltre, può capitare che abbiano risate in momenti “random” perché la loro mente associa un pensiero buffo non direttamente collegato alla situazione corrente. Io ho un caro amico Aspie che a volte ride tra sé e sé e quando gli chiedo “a cosa pensi?” esce fuori che stava rielaborando in chiave comica un episodio accaduto giorni fa! La sua risata arriva in differita, ma quando me ne spiega il motivo, spesso rido anch’io perché la sua prospettiva è originale e spassosa.

Un aspetto tenero e buffo dell’umorismo autistico è che spesso è molto sincero e privo di malizia. Le persone autistiche in genere non usano l’umorismo per manipolare socialmente (cosa che invece i neurotipici qualche volta fanno, pensiamo al sarcasmo passivo-aggressivo): se scherzano, lo fanno per il piacere del gioco intellettuale o emotivo. Certo, esiste anche l’umorismo tagliente negli autistici – esempio lampante: Greta Thunberg sui social a volte risponde con un umorismo secco e brillante alle provocazioni. Ma spesso il loro umorismo, quando c’è confidenza, è surreale, giocoso, “nerd” diremmo. Molti amano i meme perché sono un linguaggio visivo/scritto privo delle ambiguità del parlato faccia a faccia. Mi viene in mente una ragazza nello spettro che scriveva sul suo blog: “I meme sono stati la mia salvezza: finalmente un umorismo fatto di immagini e testo, che potevo capire e condividere senza fraintendimenti”. Per lei inviare meme era diventato un modo di comunicare emozioni agli amici, al posto di doverle esprimere a parole. Ancora una volta, l’umorismo come linguaggio alternativo.

Nel mio caso specifico, avendo una diagnosi nello spettro, mi riconosco in tanti tratti del pensiero divergente: dalla tendenza al pensiero laterale rapidissimo (che a volte mi fa arrivare a conclusioni comiche che gli altri non seguono) a una certa ingenua onestà nelle battute che ogni tanto mi mette nei guai (tipo fare una battuta “troppo sincera” su un argomento delicato, senza rendermi conto che qualcuno poteva offendersi – classico errore da neurodiverso che non coglie tutte le sfumature sociali). Usare l’umorismo come codice mi ha aiutato anche a superare difficoltà comunicative: trovavo faticoso esprimere a parole dirette alcune mie emozioni, ma riuscivo a farlo tramite scherzi o racconti ironici. Ad esempio, invece di dire “mi sento inadeguato in questa situazione”, lo trasformavo in autoironia: “ragazzi, facciamo che io oggi interpreto il Fantozzi della situazione, così vi sentite tutti meglio”, strappando una risata ma anche comunicando come mi sentivo. Per me era più facile farlo col filtro dell’umorismo che seriamente. Col tempo ho capito che questo è un tratto condiviso da tanti neurodivergenti: l’umorismo diventa un modo per tradurre il proprio mondo interiore agli altri, un ponte fra il proprio stile di pensiero e quello altrui. A volte è anche un rifugio: se ti prendono in giro per le tue stranezze, puoi anticiparli e farci sopra tu la battuta, togliendo loro potere. Molti comici famosi hanno usato questa strategia: minoranze etniche che fanno battute sui cliché del proprio popolo, persone LGBT+ che scherzano sui pregiudizi, ecc. È un meccanismo di auto-ironia difensiva potentissimo.

Vorrei citare anche il caso di Daniele Luttazzi, uno dei miei idoli satirici: lui non è neurodivergente in senso clinico (che io sappia), ma di certo aveva un pensiero fuori dagli schemi. Usava l’umorismo per dire verità scomode che in altro modo non avrebbe potuto dire in TV. In un certo senso, faceva satira divergente in un contesto (la Rai berlusconiana) in cui quel linguaggio non era previsto. La sua cacciata dalla TV nel 2002 (ne parleremo nel capitolo sul berlusconismo) fu la prova che il “codice umoristico altro” non sempre viene tollerato dal sistema, quando diventa troppo destabilizzante.

In definitiva, l’umorismo per chi pensa in modo diverso è spesso un campo minato ma anche un territorio fertile. Campo minato perché si rischia di non essere capiti, di sentirsi isolati o di offendere involontariamente (ad esempio, alcune persone autistiche possono fare battute molto dark o oneste, senza percepire che l’altro magari ci rimane male, e questo crea incomprensioni). Ma territorio fertile perché, trovando le persone giuste, quel linguaggio comico diventa un giardino segreto in cui comunicare con libertà e creatività assolute. Uno dei momenti più belli della mia vita è stato partecipare a un piccolo raduno di appassionati di satira “di nicchia” (gente che citava a memoria interi monologhi di Luttazzi, battute di South Park in originale, sketch radiofonici oscuri). Era come se all’improvviso parlassimo tutti esperanto: ridevamo alle stesse assurdità, completavamo le frasi l’uno dell’altro, inventavamo insieme giochi di parole sempre più folli. Mi sono sentito capito e connesso come raramente prima. Per me, che da sempre mi percepisco un po’ “diverso”, quelle risate condivise sono state la conferma che anche una mente divergente può trovare il suo coro, la sua tribù ridanciana.

Prima di chiudere questo capitolo, voglio evidenziare un aspetto: nelle comunità neurodivergenti online (penso a forum e gruppi Asperger, ADHD, ecc.) spesso si sviluppa un umorismo interno strepitoso. Fanno meme su loro stessi, sull’autismo, sull’ADHD (“Ho iniziato a leggere un libro sull’ADHD… oh guarda, una farfalla!”). Questo auto-umorismo è doppiamente importante: da un lato combatte lo stereotipo del “neurodivergente = privo di ironia”, dall’altro è catartico, aiuta ad accettarsi e a educare gli altri con il sorriso. Un meme intelligente può far capire a un neurotipico più cose sull’autismo di mille manuali, perché lo fa immedesimare ridendo.

Concludendo: l’umorismo è un linguaggio e come ogni linguaggio ha dialetti e slang. I neurodivergenti spesso ne sviluppano di propri, ricchi di logica assurda, di riferimenti pop particolari, di onestà disarmante. Può volerci un po’ per sintonizzarsi, ma una volta che entri in quel codice, scopri un mondo di creatività comica incredibile. Io mi reputo fortunato perché vivo a cavallo di più mondi: quello “comune” e quello “divergente”, e posso gustare il meglio di entrambi. Rido ancora alle battute semplici e universali, ma ho un debole per quelle chicche che capiamo in pochi – c’è un piacere quasi elitario nel ridere di qualcosa di veramente originale e non omologato. E, lo confesso, quando qualcuno nuovo capisce al volo una mia battuta strampalata e ride, dentro di me esulto: evviva, anima affine trovata!.

Nei prossimi capitoli sposteremo un po’ il fuoco su riferimenti più concreti della comicità che amo, e poi sul contesto culturale italiano. Prima di tuffarci nei miei comici e format preferiti, vale la pena recapitare quanto visto finora: ridere ci fa bene, ci unisce, e permette anche a chi pensa fuori dagli schemi di partecipare al gioco sociale (a volte inventando regole nuove del gioco). L’umorismo può essere il Rosetta Stone tra mondi neurodiversi, traducendo visioni differenti in un linguaggio comune: la risata.

Capitolo 4: I miei numi tutelari della risata – comici e format che hanno formato un umorismo

Ogni appassionato di comicità ha i suoi miti personali, quelle figure o trasmissioni che l’hanno fatto ridere fino alle lacrime e insieme gli hanno magari insegnato qualcosa. In questo capitolo vi porterò tra aneddoti autobiografici e riferimenti culturali, presentandovi i miei “santi patroni” dell’umorismo: dai folli inglesi Monty Python ai surreali italiani come Maccio Capatonda, passando per i giganti della satira nostrana Daniele Luttazzi e Corrado Guzzanti, l’irresistibile trio della Gialappa’s Band (e i mille comici lanciati dai loro programmi), il duo Lillo & Greg con la loro nonsense comedy radiofonica, i pionieri come Arbore e Boncompagni di Alto Gradimento, fino all’irriverenza animata di South Park. Ognuno di loro ha lasciato un segno indelebile nel mio modo di ridere e di pensare. Sarà un po’ come sfogliare l’album dei ricordi, con sketch e gag al posto delle fotografie. E chissà, forse ritroverete anche alcuni dei vostri preferiti lungo la strada.

Monty Python – L’intellighenzia della demenzialità: Ho incontrato i Monty Python in un pomeriggio d’estate, avevo circa 12 anni. In TV davano uno spezzone di “Monty Python’s Flying Circus” e io, che fino ad allora avevo visto solo il cabaret italiano tradizionale, restai folgorato. Quelle scene assurde e surreali – uomini in giacca e cravatta che fanno cose insensate con serietà accademica – mi aprirono un mondo. Ricordo di aver riso e allo stesso tempo di essermi chiesto: “Possono davvero farlo? È permesso essere così folli?”. I Monty Python erano e rimangono per me il paradigma della comicità demenziale colta: uniscono un umorismo assurdo e a tratti demenziale con riferimenti intelligenti e critiche sottili alla società. Come scrisse un critico alla morte di Terry Jones, “il loro umorismo era sempre intellettuale, a tratti demenziale, mai volgare, corrosivo, capace di toccare vette rarefatte dell’assurdo”. Dietro ogni sketch nonsense c’era spesso una satira sociale o filosofica implicita. Ad esempio, la celebre scena di “Monty Python e il Sacro Graal” in cui i contadini anarchici discutono di sistemi di governo con Re Artù in modo esilarante: è uno sketch demenziale (perché sentir discettare di sindacato autonomo contadino nel Medioevo fa ridere) ma al tempo stesso stavi assistendo a una parodia colta di dibattiti politici. I Monty Python hanno elevato il nonsense a forma d’arte, e l’hanno fatto con intelligenza e acume. Una frase in particolare li rappresenta: “una risata che fa pensare”. Ecco, ridendo con loro spesso mi ritrovavo a riflettere. Adoravo il fatto che sfidavano ogni convenzione narrativa: sketch senza una vera fine (celebre quello del pappagallo morto, che termina con i protagonisti che passano bruscamente a un altro scenario perché “questo sketch è diventato troppo stupido”), rottura della quarta parete, animazioni folli di Terry Gilliam che comparivano a sproposito. Era un caos meraviglioso che risuonava incredibilmente col mio cervello un po’ caotico. Finalmente qualcuno in TV pensava laterale come me! Potevano mettere insieme filosofi da bar, scene di violenza trasformate in balletti (ricordate il combattimento a colpi di pesce?), insomma mescolare alto e basso in un pastiche irripetibile. Ancora oggi, a distanza di decenni, i Monty Python mi fanno sganasciare. Posso aver visto la scena di “Nessuno si aspetta l’Inquisizione Spagnola” cento volte, ma alla centesima e una rido comunque – e un istante dopo mi fermo a pensare a come abbiano osato prendere in giro la Chiesa in quel modo scherzoso ma affilato. Per me, adolescente italiano un po’ “nerd”, scoprire i Monty Python è stato come per un aspirante musicista scoprire i Beatles. Ho perfino iniziato a leggere libri sul loro stile di scrittura comica, e da loro ho imparato una lezione preziosa: non esiste idea troppo folle se la sai rendere bene. Anche l’umorismo più demenziale può avere una sua logica interna e una sua dignità artistica. Questo mi ha dato il coraggio, negli anni, di non vergognarmi del mio humor spesso surreale. Se qualcuno mi diceva “ma che cavolata hai detto?”, dentro di me pensavo “Monty Python docet: le cavolate ben fatte sono oro!”.

Un’altra cosa che amo dei Monty Python è la capacità di creare tormentoni pop-colti. Ad esempio, la scenetta del “Dead Parrot” (il pappagallo morto) non è solo una gag spassosa sull’ostinazione di un commesso nel negare l’evidenza; è diventata un meme culturale, citato in contesti insospettabili come tesi di psicologia (per spiegare il diniego). Oppure la canzone finale di “Life of Brian”, “Always Look on the Bright Side of Life”, è un inno alla resilienza travestito da canzonetta ironica cantata da condannati in croce – un mix di macabro e ottimismo che solo loro potevano concepire. Mi ritrovo spesso a fischiettarla nei momenti difficili, perché in quella melodia leggera c’è una filosofia profonda: non prenderci mai troppo sul serio, nemmeno di fronte alla morte. Ditemi voi se questo non è pop colto!

Alto Gradimento e la scuola italiana del nonsense: Prima di conoscere i Monty Python, l’assaggio di umorismo demenziale in salsa italiana mi era arrivato grazie ai miei genitori, che mi facevano ascoltare registrazioni di Alto Gradimento. Era un programma radio degli anni ‘70, condotto da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, che mandò in onda alcune delle trovate più stralunate mai sentite in RAI. Per un ragazzino cresciuto negli anni ‘90, quelle scenette radiofoniche in bianco e nero (metaforicamente parlando) suonavano ancora fresche e spiazzanti. C’erano personaggi assurdi come il colonnello Buttiglione il poeta Marius Marenco , Prof. Ànemo Carlone. Comandante Raimundo Navarro, Maestro Ennio Torvajanica, Malik Maluk Ermano Catenacci , sketch senza capo né coda, interrotti da musica swing o jazz: un delirio creativo. Alto Gradimento fu il seme di quella che poi in Italia chiameranno comicità demenziale, un filone che negli anni ‘80 e ‘90 avrebbe dato i suoi frutti (penso al gruppo comico-cabarettistico dei Brutos, al cinema di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, fino ai più tardi Elio e le Storie Tese in musica). Arbore e Boncompagni, coi loro autori e attori, scardinavano il varietà tradizionale creando situazioni surreali e nonsense che però divertivano un pubblico ampio. E anche qui c’era del pop colto: Arbore è un grande conoscitore di musica e cultura, infilava citazioni e parodie di generi musicali americani, prendeva in giro i seriosi programmi radio ufficiali con finto accademismo. Alto Gradimento era Monty Python prima dei Monty Python, per certi versi, sebbene più indulgente con la natura umana (l’umorismo di Arbore è sempre bonario, non “corrosivo” come quello inglese). Io adoravo la libertà che trasmetteva: capii che la radio (e poi la TV con “L’altra domenica” e “Quelli della notte”) poteva essere un laboratorio di sperimentazione comica. Ecco, Alto Gradimento mi ha insegnato l’amore per la follia creativa condivisa: immagino gli autori a ridere come pazzi in riunione tirando fuori idee sempre più folli, e quell’energia arrivava al pubblico. Da allora ho sempre cercato trasmissioni che avessero quello spirito goliardico e anarchico.

La Gialappa’s Band – il commento che crea comicità: Negli anni ‘90, quando ero adolescente, c’era un appuntamento fisso che attendevo con ansia: Mai Dire Gol (e affini), i programmi commentati dalla Gialappa’s Band. Per chi non li conoscesse, la Gialappa’s è un trio di commentatori (Marco Santin, Carlo Taranto, Giorgio Gherarducci) che, rigorosamente senza mai mostrarsi in video, commentavano filmati di sport, TV e poi sketch preparati da comici, con uno stile ironico, irriverente e pieno di battute fulminanti. Mai Dire Gol univa due mie passioni: il calcio e la comicità, ma a interessarmi non erano certo i gol: aspettavo le papere dei portieri, i servizi sulle interviste assurde, e soprattutto le invenzioni comiche dei comici lanciati da loro. È incredibile quanti talenti siano emersi in quel contesto: Antonio Albanese (con Epifanio, Frengo, il mitico Cetto La Qualunque avrebbe debuttato lì qualche anno dopo), Teo Teocoli (col suo Felice Caccamo), Claudio Bisio, Gioele Dix, Aldo Giovanni e Giacomo agli esordi, Fabio De Luigi, Maurizio Crozza e l’elenco potrebbe continuare. La Gialappa’s aveva fiuto nel mettere insieme un cast eterogeneo e nel creare tormentoni dal nulla. “Pooojo”, gridava il finto telecronista disperato in uno sketch con Stefano Chiodaroli, e il giorno dopo a scuola tutti imitavamo quella voce. Oppure le frasi nonsense come “noi abbiamo un grande corridore: Panà… Panariello!” (presa da uno sketch di Albanese sullo sci di fondo) diventavano tormentoni da ricreazione.

Il ruolo della Gialappa’s, però, andava oltre presentare comici: loro commentavano tutto, con ironia spesso tagliente. Era un po’ come guardare la TV con tre amici sarcastici sul divano che fanno battute su ogni cosa. Mi abituai a guardare i reality show solo attraverso Mai Dire Grande Fratello: la Gialappa’s li trasformava in una sitcom demenziale, montando clip ridicole dei concorrenti e sopra aggiungendo effetti sonori o commenti. Hanno creato un nuovo linguaggio comico, a mio avviso: la comicità di montaggio e commento. Oggi siamo abituati ai video su YouTube con doppiaggi ironici o ai meme video con scritte sarcastiche sopra; ebbene, la Gialappa’s faceva questo in TV già negli anni ‘90 e 2000. Erano i precursori dell’humour “meta-televisivo”, in cui la materia prima è la stessa TV rielaborata in chiave parodistica. Di quel periodo conservo splendidi ricordi: le domeniche sera a ridere con mio fratello delle improbabili telecronache del finto Tonino Carino di Ascoli, o a imitare il “Miii sangre” di Oriano Ferrari, il meccanico tifoso milanista interpretato da Teocoli. La Gialappa’s per me ha rappresentato la satira di costume: prendevano in giro i vizi degli italiani, dai fanatici del calcio ai concorrenti alla ricerca di fama facile. Sempre con leggerezza, senza mai scadere nella volgarità gratuita. Se una clip era di per sé volgare, loro la punzecchiavano facendo notare l’assurdità. Era come avere tre Grilli Parlanti sghignazzanti che ti educavano a non bersi tutte le scemenze della TV. Credo di aver sviluppato buona parte del mio senso critico verso i media grazie a loro: guardavo la TV “attraverso” la lente ironica gialappiana e ciò mi ha insegnato a cogliere il ridicolo anche dove altri vedevano normalità.

Un format loro che ricordo con affetto è Mai Dire Maik, spin-off bizzarro dove commentavano spezzoni di TV locali, televendite, e c’era anche spazio per un giovane Maccio Capatonda coi suoi trailer nonsense (ci arriviamo a breve). Insomma, la Gialappa’s è stata una scuola di umorismo per tutta una generazione. Ero talmente fan che registravo le puntate su VHS e le riguardavo. Ancora oggi, se sento la voce di uno dei tre in radio (ogni tanto fanno programmi), sorrido istintivamente, come si sorride sentendo un vecchio amico.

Luttazzi, Guzzanti & Co. – la satira tagliente e viscerale dei ’90/2000: Passando a toni più “adulti”, due colonne della mia formazione umoristica sono stati Daniele Luttazzi e Corrado Guzzanti, rappresentanti di una stagione (fine anni ’90 e primi 2000) in cui la comicità in Italia sapeva essere affilatissima e coraggiosa.

Daniele Luttazzi era il enfant terrible della satira politica e di costume. Lo vidi per la prima volta a “Barracuda”, un suo show su Italia1 nel ’99: rimasi a bocca aperta. Diceva cose che in TV non avevo mai sentito dire, con un linguaggio esplicito, irriverente, colto e sboccato insieme. Alternava battute su Berlusconi a citazioni di Oscar Wilde, faceva monologhi lunghi in stile stand-up americano (cosa rara da noi), parlava di sesso, morte, religione in modi graffianti. Ricordo un monologo sulla Chiesa che mi fece ridere e al contempo pensare “lo faranno arrestare?”. Luttazzi mi ha insegnato il potere della satira come arma di critica. Era divertentissimo ma faceva anche arrabbiare molti: segno che colpiva nel segno. Quando poi nel 2001 fece quell’intervista a Marco Travaglio a “Satyricon” parlando dei scandali di Berlusconi (il famoso “L’odore dei soldi”), capii quanto potere potesse avere un programma satirico: quell’episodio contribuì a mettere in moto l’editto bulgaro (Berlusconi, appena tornato al potere, accusò Luttazzi di aver fatto un uso criminoso della TV pubblica e di fatto lo bandì dalle reti per anni). Luttazzi pagò caro il suo coraggio, ma per noi che lo seguivamo divenne un eroe. Io nel 2002 avevo il suo libro “Satyricon” nascosto tra i testi del liceo e leggevo le sue battute censurate come fossero samizdat clandestini. Dal punto di vista comico, lui univa volgarità e finezza in un mix esplosivo. Poteva farti una battuta grevissima su un politico (famosa quella su Giuliano Ferrara paragonato a un maiale che eiacula – non la riporto per decenza) e un attimo dopo infilarti un riferimento a Kant o a Klimt. Quello era pop colto puro: portare nel mainstream riferimenti alti mescolati a risate popolari. Luttazzi aveva anche un timing perfetto da stand-up comedian americano (non a caso adorava George Carlin, Bill Hicks, ecc.). Io registravo e trascrivevo a mano i suoi monologhi per carpirne i segreti di scrittura comica! Se oggi mi diverto a scrivere pezzi satirici in un mio blog personale, lo devo in gran parte all’ispirazione di Luttazzi. Anche il suo stile di disegno (faceva vignette e ha creato il personaggio satirico Bananas) mi ha influenzato nel disegnare umoristicamente.

Corrado Guzzanti, invece, era il camaleonte della satira. Con lui ho riso fino alle lacrime innumerevoli volte. Nei programmi di Serena Dandini come “Avanzi”, “Tunnel”, “Pippo Chennedy Show” e poi “L’ottavo nano”, Guzzanti creava personaggi indimenticabili che erano specchi deformanti dell’Italia. Dal ministro Rocca (parodia di un vero ministro dell’epoca, raccontato come un inetto contornato da segretarie svampite) al santone televisivo Quelo con il suo tormentone “la seconda che hai detto”, dalla vulcanologa procace Vulvia (satira dei documentari Rai, “Pollo!” – chi ha visto sa) al poeta Brunello Robertetti. Ogni personaggio era così ben caratterizzato che viveva di vita propria. Io e i miei amici a scuola recitavamo a memoria intere scene: “Cosa mi dici tu, abitante della notte?” – “A me me? Fai schifo!” (Quelo al suo adepto), oppure il celebre monologo di Francesco Rutelli (“Io sono emozionato sempre, pure quando mi lavo i denti la mattina”), o le canzoni improbabili di Gaetano Lettieri, il cantante neomelodico trans. Guzzanti aveva un talento irreale: scriveva testi acuti e li interpretava in modo esilarante. Dietro la risata però c’era sempre un bersaglio: la tv spazzatura, i politici voltagabbana, il razzismo (pensiamo a Armando Testa che fa il leghista in un teatrino), il clericalismo (l’imitazione di Don Pizzarro). Quel periodo fu d’oro ma anche irripetibile: molti di quei sketch erano legati all’attualità, e come ha scritto qualcuno, senza un minimo di contesto storico oggi risultano meno immediati. È vero: se mostro a un ventenne di oggi uno sketch di “Avanzi” su Craxi o su Gianni Minoli, magari non coglie tutto. Ma alcuni personaggi di Guzzanti restano senza tempo: il fatto che tuttora circolino gif di Vulvia o Quelo lo dimostra. Io stesso quando vedo spuntare online una gif di Vulvia che dice “Pollo!” rido e mi assale la nostalgia, ma mi rendo conto che una persona di 14 anni oggi difficilmente può coglierne a pieno il senso. Questo mi porta a una riflessione: Guzzanti (e Luttazzi) appartenevano a una stagione in cui la satira tv era molto contestualizzata nella politica/cultura del momento. La nostra generazione li idolatra e li ricorda a memoria, ma per i giovanissimi sono quasi “storia”. Mi sento un po’ custode di quel fuoco: ogni tanto mostro ai più giovani lo sketch di “Fascisti su Marte” (geniale parodia della retorica fascista ambientata su Marte) o il finto spot di “Blob” con Guzzanti-Berlusconi che balla “Ma anche un po’ meno, ma anche un po’ meno!”. Alcuni ridono e capiscono, altri restano perplessi. Ed è qui che vedo lo scarto generazionale nella comicità: chi ha vissuto i ’90 ride di certe cose intrise di quel periodo, chi è nato dopo forse no, perché nel frattempo la comicità è cambiata (come vedremo nel prossimo capitolo). Guzzanti stesso in interviste recenti diceva che secondo lui il politicamente corretto sta uccidendo la comicità e che la satira oggi è più difficile. Sono d’accordo solo in parte: vero, oggi un personaggio come il suo “padre Pizzarro” (prete laido) scatenerebbe immediate polemiche sui social, ma è anche vero che i tempi cambiano e la satira deve trovare forme nuove. Ne riparleremo nel capitolo dedicato al politicamente corretto.

A livello personale, Luttazzi e Guzzanti mi hanno dato anche coraggio nell’esprimere le mie opinioni. Li guardavo e pensavo: “Se loro possono prendere in giro i potenti e il sistema così, forse posso farlo anch’io nel mio piccolo, senza paura”. La satira aggressiva, viscerale dei primi 2000 mi ha vaccinato contro la reverenza verso l’autorità. E ha cementato in me il valore della libertà di espressione: quando Luttazzi fu censurato, dentro di me scattò qualcosa, come se avessero censurato la possibilità stessa di ridere liberamente. Forse è anche per questo che ho sviluppato una sensibilità “libertaria” su ciò che si può o non si può dire scherzando – ma questo, di nuovo, è materiale da capitolo sul politicamente corretto più avanti.

Maccio Capatonda – il demenziale postmoderno: Devo assolutamente parlare di Maccio Capatonda (alias Marcello Macchia), perché incarna un tipo di comicità che adoro: quella che mescola alto e basso, demenziale e critica sociale, ed è un ponte tra la comicità “analogica” e quella “digitale” di oggi. Il primo incontro con Maccio fu come per molti attraverso la Gialappa’s: mandavano i suoi finti trailer a Mai Dire. Ricordo il primo che vidi: “L’uomo che usciva la gente”. Rimasi stordito dalle risate. Era una parodia di trailer di un film inesistente dove un tizio “usciva” (nel senso che letteralmente faceva uscire) le persone… assurdo. Eppure dietro quei giochi di parole surreali c’era un genio linguistico. Maccio prendeva la lingua italiana, la smontava e rimontava creando effetti comici unici. Paradossalmente, i suoi trailer così demenziali erano metacomunicazione: prendeva in giro i cliché del cinema e della TV. Niente era risparmiato: titoli storpiati (“Ritorno al Gerundio”, “Italiano Medio”), personaggi improbabili (Padre Maronno, Ivo Avido), attori con nomi demenziali (Marisa Laurito interpretata da Anna Pannocchia!). Era un universo a sé stante. Mi sentivo come se Maccio parlasse la mia lingua segreta: quella dei giochi di parole continui, dell’assurdo elevato alla massima potenza. Non ero il solo: i suoi video diventarono virali (prima ancora che si usasse il termine). Su YouTube circolavano, ce li passavamo sui cellulari. Maccio Capatonda ha di fatto anticipato i meme e i video virali: molti riconoscono che i suoi trailer furono tra i primi veri contenuti comici “condivisi” nell’era nascente dei social. Pensate agli Spot “Piccol” dove parodiava i volantini dei discount con giochi di parole come “frutti di Mario” o “a sedicenti euro” – erano già meme generativi: la gente iniziò a crearne di propri, usando quello stile. In un certo senso, Maccio fu un precursore dell’umorismo 2.0, quello fatto di contenuti brevi, riproducibili, remixabili. Non a caso si è detto che la sua comicità è stata il prototipo dell’intrattenimento per la generazione dell’“internette”: veloce, assurda, citazionista, senza filtri. Lo stesso Maccio ne è consapevole: un suo personaggio, in una serie, rifletteva sul fatto che i suoi sketch forse erano stati presi troppo sul serio da qualcuno, perché quando giochi con la parodia c’è sempre il rischio che il pubblico non colga il secondo livello e pensi sia solo idiozia fine a sé stessa.

Ma la grandezza di Maccio sta proprio in questo dualismo: apparenza demenziale, sostanza satirica. Come ben riassunto, “L’umorismo di Maccio è una trappola: all’apparenza demenziale ma in realtà un attacco frontale agli usi e costumi della moderna società italiana, ai suoi stereotipi, alla sua ossessione per il melodramma”. Quando guardavo la sua serie TV “Mario” (una specie di telenovela surreale), ridevo per le gag stupidissime (tipo il tg con notizie folli) ma intanto lui stava massacrando la televisione spazzatura e la società dei media. Il suo film “Italiano Medio” – a proposito di pop colto, già il titolo è un gioco su American Psycho/Italiano medio – racconta di un uomo che diventa un idiota perché riduce l’uso del cervello al 2% (parodia delle notizie pseudoscientifiche). È una satira sulla mediocrità e sul consumismo talmente pungente che alcuni critici non capirono se fosse anch’esso un prodotto demenziale commerciale o una critica geniale. La risposta è: entrambe le cose. Maccio è riuscito a prendere la comicità surreale italiana (filone demenziale di Arbore e di Franchi e Ingrassia) e ad aggiornarla all’era di Internet e della TV trash anni 2000. Ad esempio, la sua parodia dei cinepanettoni con “Natale al cesso” è contemporaneamente un tributo e una pernacchia a quel genere: è un capolavoro di metalinguaggio sul cinema di serie B italiano.

Da fan, ho avuto anche la fortuna di incontrarlo a un evento: gli dissi “grazie, perché con le tue battute hai reso cool ridere di stupidaggini intelligenti”. Lui rise a sua volta (forse più per la frase contorta che per altro) e rispose con una delle sue citazioni: “Essiamonoi”. Chi conosce Maccio sa che è il titolo di uno dei suoi sketch (un reality show finto). Ci stringemmo la mano dicendo in coro “essiamonoi” ridendo – ed ecco, in quell’attimo, due sconosciuti (lui e io) eravamo connessi tramite il suo umorismo. Magia dell’umorismo divergente condiviso.

Lillo & Greg – la comicità surreale e “nera” on air: Un altro pilastro per me è il duo Lillo & Greg. Li seguivo in radio sul programma “610 – Sei Uno Zero”, un contenitore di sketch surreali spesso ai limiti del non-sense. Lillo & Greg hanno una comicità raffinata e insieme demenziale: possono farti uno sketch anni ’60 parodiando il noir (Normalman, il supereroe più inutile del mondo, è un loro personaggio cult) oppure uno totalmente assurdo dove parlano in grammelot. Ciò che mi piace di loro è la capacità di giocare con i generi: facevano finta di essere DJ di improbabili stazioni radio, parodiavano i programmi di consigli (l’indimenticabile “Passatex” dove davano consigli strampalati come “ha un problema? Ci passi sopra, passatex”), inscenavano quiz senza senso. Io ricordo che registravo di nascosto le puntate radio su cassette e poi le facevo ascoltare agli amici dicendo “sentite che genialata”. Non sempre apprezzavano – Lillo & Greg hanno un humor un po’ deadpan a volte, cioè dicono le cose più folli con tono serissimo, e non tutti colgono l’absurdum. Ma chi lo coglie se ne innamora. Tant’è che poi hanno fatto anche televisione e cinema, ma secondo me il meglio era in radio e teatro, dove erano liberi di essere assurdi. Hanno creato tormentoni come “Latte e i Suoi Derivati” (il loro finto gruppo musicale anni ’50) e personaggi come l’agente archeologo James Tont. Personalmente, li associo a un periodo felice: i viaggi in macchina con un amico a 18 anni ascoltando le cassette di 610 e ridendo fin quasi a uscire di strada. Rappresentavano quella parte di me amante del gioco fine a sé stesso, del calembour leggero. Se Luttazzi/Guzzanti erano cervello e fegato, Lillo & Greg erano cuore (il cuore matto che ride delle sciocchezze). E anche loro, a ben guardare, erano un po’ pop colti: Greg infarciva di citazioni vintage (film, fumetti) i loro sketch, Lillo aggiungeva la fisicità e la verve romana, insieme creavano un mix che omaggiava la cultura pop (tipo i B-movie, i fumetti Marvel) in modo intelligente. Ogni tanto riascolto qualche loro vecchio sketch e sorrido ancora. Ad esempio, uno dei miei preferiti: la canzone swing “Abituarsi all’assenza” dove cantano in modo allegro un testo in realtà crudele (lui parla all’amata su come dovrà abituarsi all’assenza… di braccia, perché gliele ha amputate!). È un umorismo nero elegantissimo, ti ritrovi a canticchiare un motivetto su un’amputazione e ridere dell’assurdità. Roba non per tutti forse, ma per me oro.

South Park – l’irriverenza totale d’oltreoceano: Chiudo questa carrellata con un riferimento non italiano ma che ha avuto un impatto su di me: South Park. Il cartoon di Trey Parker e Matt Stone, con quei quattro bambini sboccati di un paesino del Colorado, mi ha fatto ridere e scandalizzare come poche altre cose. Scoprii South Park a fine anni ’90, di nascosto perché era vietatissimo a noi minorenni (andava in onda in seconda serata su Italia1 col bollino rosso). Fu amore a primo ascolto: un cartone animato che infrangeva ogni tabù e regola del politicamente corretto, con una satira feroce su religione, politica, società. Per un adolescente era come assaggiare il frutto proibito: finalmente qualcuno che diceva ciò che pensavamo ma non osavamo dire! Ricordo puntate storiche come quella in cui Dio appare come un incrocio tra un procione e un ippopotamo, o quella in cui prendono in giro Barbara Streisand trasformandola in un mostro tipo Godzilla. South Park ha elevato la violazione benigna (di cui parlavamo nella teoria) all’ennesima potenza: puntata dopo puntata violavano ogni norma di buon gusto, ma il contesto era talmente surreale e cartoonistico che sapevi che era “benigno”, fatto per ridere. Parker e Stone se la prendevano con tutti: liberali, conservatori, religiosi, atei, celebrità… non risparmiavano nessuno. In un’epoca (fine ’90-inizi 2000) in cui la cultura woke non era ancora arrivata, South Park era l’emblema della comicità aggressiva e viscerale di cui parlavamo: sputavano in faccia alle convenzioni e ci ridevano su. Io e un mio caro amico, quando uscì il film “South Park: Bigger, Longer & Uncut” (che già dal titolo aveva una volgarità implicita…), andammo al cinema di nascosto dai genitori. Non dimenticherò mai: ridevamo così forte che un signore si spostò di posto infastidito. Ma come si fa a non ridere con canzoni come “Uncle Fucka” cantata a due voci di peto? Sembrava la versione americana e senza freni inibitori di quell’umorismo demenziale di cui già apprezzavo gli esemplari nostrani. South Park però aggiungeva la dimensione iper-satirica: ogni episodio aveva un messaggio “morale” (alla fine Stan o Kyle dicono sempre “oggi ho imparato qualcosa…” in modo ironico). Per me South Park è stato formativo perché mi ha insegnato a non aver paura delle parole. Dopo aver sentito Cartman insultare la madre con epiteti irriferibili o Gesù e Satana organizzare un match di boxe (sì, succede anche questo in SP), niente poteva più scandalizzarmi in TV. Mi ha “vaccinato” dal perbenismo. Certo, è un tipo di comicità estrema, non adatta a tutti i palati. Qualcuno la trova offensiva e basta. Ma la genialità stava nel bilanciamento: Parker e Stone colpivano duro, ma lo facevano in modo intelligente. Un esempio: la puntata sulla censura in cui per protesta riempirono l’episodio di beep (bip di censura) fino all’assurdo, per cui non si capiva più niente – una critica esilarante e pungente alla censura stessa. South Park, come i Monty Python, è uno di quei riferimenti internazionali che mi fanno dire: l’umorismo è universale, travalica culture. Pur essendo ambientato in America, faceva ridere me italiano perché toccava archetipi (la volgarità per la volgarità, il prendersi gioco delle figure di potere come Saddam Hussein ritratto come amante gay di Satana – gag ricorrente). Insomma, South Park mi ha spinto ancora di più verso la convinzione che si può ridere di tutto. Filosofia che sposo, con qualche riserva solo quando c’è vera malizia (ma in South Park paradossalmente la malizia intenzionale non c’è quasi, è tutto così sopra le righe che non senti mai odio, solo sberleffo).

Una risata serissima: Leslie Nielsen e la trilogia di Una pallottola spuntata

C’è un ricordo indelebile nella mia infanzia: una videocassetta di Una pallottola spuntata che scorreva in continuazione nel videoregistratore di casa, e mio padre che rideva fino alle lacrime. Io, bambino curioso, guardavo lo schermo affascinato e confuso: possibile che quel distinto signore dai capelli bianchi, così serio in volto, facesse ridere più di qualunque pagliaccio?

Leslie Nielsen è stato il maestro indiscusso di questa comicità del paradosso, capace di scatenare il riso restando impassibile. Per chi è cresciuto negli anni ’80 e ’90, Nielsen non era solo un attore comico: era il volto della comicità demenziale, quella autentica, fatta di nonsense puro, ritmo serrato e battute che arrivavano da ogni direzione. Con la sua faccia marmorea e il tono sempre serissimo, incarnava alla perfezione l’arte del “deadpan”, portando il surreale nel cuore della cultura pop. Personaggi come il tenente Frank Drebin della trilogia Una pallottola spuntata sono diventati immortali proprio perché riuscivano a far ridere senza alcuna consapevolezza di trovarsi in una commedia. In altre parole, Nielsen rendeva spassoso l’assurdo interpretandolo con totale, incrollabile serietà.

Il volto impassibile dell’assurdo: lo stile comico unico di Leslie Nielsen

Guardando Leslie Nielsen in azione, si ha l’impressione di osservare un uomo all’oscuro della follia che lo circonda. Questa era la sua cifra stilistica: un’espressione impassibile (deadpan) e un tono da attore drammatico anche mentre intorno a lui infuriava il caos più totale. Non a caso Nielsen approdò tardi alla commedia: fino alla fine degli anni ’70 era noto per ruoli seri – ufficiali, comandanti, uomini tutto d’un pezzo. I registi Zucker-Abrahams-Zucker (ZAZ) lo scelsero proprio per questo nella parodia L’aereo più pazzo del mondo (Airplane! , 1980): volevano attori dal piglio drammatico che pronunciassero le battute più demenziali con la massima serietà. Il risultato? Una rivoluzione comica. Quando nel ruolo del Dottor Rumack in Airplane! Nielsen chiede preoccupato al protagonista “Può pilotare quest’aereo e farlo atterrare?” e quello risponde “Sicuramente non vorrà dire sul serio” – Rumack ribatte glaciale: “Certo che sono serio… e non mi chiami Shirley”. Quella “don’t call me Shirley” divenne una delle battute più celebri del film, emblema del suo umorismo: un gioco di parole assurdo, pronunciato con tono da melodramma. Nessuno ride nello schermo, ma il pubblico a casa sì, colto di sorpresa dalla genialità dello scherzo senza risata.

Il “metodo Nielsen” consisteva proprio in questo: mai ammiccare, mai cercare la risata del pubblico in modo plateale. Anzi, più le situazioni diventavano folli, più il suo personaggio restava serioso. Critici e colleghi lo definirono “re del deadpan” e “doyen del faccia-seria”. Lo stesso Nielsen spiegò ironicamente la formula: “voi potete darmi le battute più stupide o salaci, e io le reciterò in quel modo familiare che ricorda uno zio un po’ birbante” – ovvero con una calma bonaria, quasi innocente. In ogni scena sembrava strizzare l’occhio allo spettatore senza mai rompere il personaggio, invitandoci a gustare l’assurdo insieme a lui. Frank Drebin, il poliziotto più maldestro del mondo, all’apparenza non era diverso da un vero detective delle serie anni ‘70: giacca, distintivo, senso del dovere. La differenza è che Drebin affrontava bombe, sparatorie e complotti con un entusiasmo ottimista al limite del folle, restando “insanamente spensierato” anche in mezzo al disastro. La sua assoluta serietà di fronte all’assurdo – “l’assurdo trattato con estrema serietà” – era il segreto della riuscita parodica. Il trucco non era solo la battuta, ma la convinzione con cui veniva detta. Così Nielsen, con volto di pietra e voce impostata quasi solenne, è diventato il simbolo di un’epoca comica in cui non c’era bisogno di spiegare le gag: ridevi perché ti coglievano di sorpresa, non perché ti dicevano di farlo.

Va detto che il suo stile non puntava sul grosso gesto clownesco né sulla mimica esagerata: Nielsen non era Buster Keaton (altro maestro della faccia seria) e nemmeno un mago dello slapstick fisico. La sua comicità era più simile a una roccia comica: limitata nelle espressioni, ma solida e irresistibile nella sua rigidità. Qualcuno l’ha chiamata “legno attoriale” – e Nielsen stesso scherzava sul fatto che la sua gamma emotiva andava da A a B – ma proprio quella monolitica serietà produceva un contrasto esilarante con le situazioni demenziali. Nei suoi film successivi, Nielsen avrebbe calcato sempre più l’idiozia candida dei suoi personaggi, ma senza mai incrinare la maschera impassibile. Perfino quando, ormai ultrasessantenne, interpretava un Dracula ridicolo in Dracula morto e contento (1995) o un improbabile agente segreto in Spy Hard (1996), manteneva quell’aria da gentiluomo tutto d’un pezzo, ignaro di star precipitando da una finestra o di avere uno spazzolone al posto del microfono. Era questo “strano alchimia”, come notò The Independent, a far funzionare anche le gag più sciocche: Nielsen “non era un asso del puro slapstick, né un grande attore drammatico… eppure possedeva un’innata capacità di rendere divertente anche una scena mezza fallita in un teatrino di provincia”, e farsi volere bene dal pubblico mentre lo faceva. In altre parole, era amato perché era affidabile nella sua follia controllata: lo spettatore sapeva che bastava la sua presenza – quel volto serio e familiare – per predisporlo alla risata. Verso fine carriera, infatti, Nielsen era diventato una gag vivente: il pubblico scoppiava a ridere appena lo vedeva entrare in scena, forte del ricordo delle mille volte in cui li aveva fatti ridere in passato. Pochi attori comici hanno incarnato un genere come fece lui.

Gag a raffica e serietà disarmante: la comicità di Una pallottola spuntata

Il terreno ideale per l’arte comica di Leslie Nielsen fu la trilogia di Una pallottola spuntata (The Naked Gun, 1988–1994). Questi tre film – Una pallottola spuntata (1988), Una pallottola spuntata 2½: L’odore della paura (1991) e Una pallottola spuntata 33⅓: L’insulto finale (1994) – portano sul grande schermo il personaggio dell’agente Frank Drebin, già introdotto nella serie televisiva cult Police Squad! (1982). Nei panni di Drebin, Nielsen ha trovato il suo alter ego comico per eccellenza: un poliziotto goffo e incredibilmente incapace, ma talmente convinto di sé da non dubitare mai (nemmeno di fronte alle prove schiaccianti della propria idiozia). Drebin è il trionfo dell’“assurdo travestito da normalità”: cammina tra macerie fumanti aggiustandosi il cravattino, fa disastri irreparabili mantenendo un’aria professionale. La comicità nasce dal contrasto tra ciò che Drebin crede di fare (l’eroe integerrimo) e ciò che realmente fa (un caos totale).

La lingua di questi film è il nonsense puro – ma un nonsense accuratamente orchestrato. Gli sceneggiatori-registi Zucker, Abrahams e Zucker (il trio ZAZ) hanno riempito Una pallottola spuntata di gag “a cascata”: slapstick (incidenti fisici, cadute, esplosioni), giochi di parole, doppi sensi, running jokes e dettagli assurdi nascosti nello sfondo. La comicità è multistrato: mentre in primo piano Drebin dialoga serissimo con un sospetto, sullo sfondo può passare un gorilla in bicicletta – e magari intanto un cartello stradale offre una battuta extra per chi ha occhi attenti. Questo stile “blink and you miss it” (ammiccante verso lo spettatore più acuto) proveniva direttamente da Police Squad!: in TV questa formula risultò forse troppo densa – “lo show fu cancellato perché il pubblico doveva davvero guardarlo per coglierne l’umorismo”, ironizzò un dirigente ABC – ma al cinema divenne un marchio di fabbrica di enorme successo.

Nel primo film, per esempio, ogni scena è congegnata come un piccolo sketch a sé stante: c’è la scena al palazzo di Ludwig in cui Drebin, travestito da impiegato, distrugge l’ufficio come un elefante in cristalleria (ma giura di “non aver toccato niente”); c’è la famosissima scena dell’inseguimento finale allo stadio, dove Drebin – spacciandosi per un arbitro di baseball – improvvisa un ballo sfrenato sul campo dopo aver eliminato uno ad uno i battitori (parodia sublime del rito solenne dell’inno nazionale, qui oltraggiato e al contempo celebrato con gioia fanciullesca). Ogni trovata scatena la successiva in un’escalation imprevedibile: ciò che parte come un cliché dei film polizieschi (il pedinamento del cattivo, l’appostamento notturno, il discorso motivazionale del capitano) finisce per deragliare in territori folli (sparatorie surreali, amori improbabili, gadget ridicoli).

Uno degli aspetti più innovativi di questa trilogia è il ritmo comico forsennato: le battute arrivano da ogni direzione, a mitraglia, senza quasi dare tregua. Se una gag non colpisce nel segno, eccone subito un’altra pronta a farsi strada – “se una sciocchezza non fa ridere la prima volta, ripetila. Poi ripetila ancora. Alla fine il pubblico riderà, magari suo malgrado”, scherzava un commentatore sul Nielsen style. In realtà, in Una pallottola spuntata le ripetizioni diventano esse stesse fonte di comicità: ad esempio il personaggio di Nordberg (interpretato da O.J. Simpson) è vittima perenne di incidenti sempre più estremi e improbabili, al punto che lo spettatore attende con trepidazione il prossimo cataclisma a cui sopravvivrà per miracolo. Nella scena d’apertura del primo film, Nordberg viene colpito da una raffica di proiettili e innesca un domino di sventure: sbatte ovunque, finisce con una gamba incastrata in una trappola per orsi, coperto di vernice, calpesta una torta nuziale e cade in mare. La raffica di gag slapstick crudeli fa il giro e diventa talmente esagerata da risultare benigna: è un dolore cartoonistico, senza vere conseguenze, che provoca risate fragorose (un esempio di come la serie giochi continuamente col confine tra violazione e innocuità, concetto caro ai teorici dell’umorismo). Questa strategia rientra in ciò che gli studiosi chiamano “benign violation”: una situazione che in teoria sarebbe un “oltraggio” (violation) – ad esempio vedere un poliziotto massacrato di botte – ma che viene resa innocua (benign) dall’eccesso farsesco e dal tono leggero.

La trilogia abbonda di trovate visive geniali. Alcune gag sono nonsense allo stato puro, figlie dello humor surreale anni ’80: in Una pallottola spuntata vediamo ad esempio un gigantesco dildo appeso al soffitto di un sexy shop, usato come asta per la lap dance; oppure l’indimenticabile scena dei “preservativi giganti”, quando Frank e Jane (Priscilla Presley) decidono di “praticare il sesso sicuro” indossando due profilattici a grandezza d’uomo da cui escono rotolando come sacchi – un’immagine così assurda da diventare immediatamente cult (e ancora una volta presentata con totale serietà dai personaggi). Molte gag giocano anche con gli equivoci linguistici: Drebin che esclama “Bel castoro!” riferito a un animale impagliato proprio mentre l’inquadratura potrebbe far pensare ad altro, e Jane che risponde candida “Grazie, l’ho appena fatto imbalsamare”; oppure Drebin che davanti a un plotone di criminali urla “Buttate a terra le armi e uscite con le mani in alto! O uscite e poi buttate a terra le armi, come volete. L’importante sono due elementi chiave: primo, le armi a terra; secondo, uscire fuori!” – un ordine perfettamente logico nella sua illogicità. Sono giochi meta-linguistici che sfruttano la ridondanza e la pedanteria per generare il riso: Drebin spiega l’ovvio con tono didattico, rovesciando ogni regola di buon senso.

In questo carosello di demenzialità, Leslie Nielsen rimane la bussola impassibile. Il suo Frank Drebin è un Arlecchino senza saperlo, attraversa la scena con la dignità di un Attore Shakespeariano mentre intorno crollano palazzi e cadono pantaloni. Il pubblico ride proprio perché lui no. La “serietà disarmante in mezzo al caos” di cui parlano i critici è esattamente ciò che Nielsen dona a queste scene. Il pubblico, in sala come a casa, si innamora di Drebin all’istante – dei suoi disastri involontari e di quella serietà ingenua che li accompagna. È una comicità in un certo senso pura, infantile, che non ricorre a volgarità pesanti né cinismo: la risata nasce dal contrasto e dall’assurdo, non dallo scherno o dalla parodia cattiva. Non a caso, la trilogia Una pallottola spuntata rimane tutt’oggi emblematica di uno stile di umorismo quasi innocente nella sua follia: ritmo forsennato, umorismo visivo, nonsense intelligente e totale assenza di volgarità gratuita. Un cocktail difficilmente ripetibile, che ha ispirato innumerevoli imitazioni e parodie a venire, senza però mai essere davvero superato. Frank Drebin è diventato l’archetipo del poliziotto comico, imitato ma mai eguagliato. E Leslie Nielsen, grazie a questi film, si è consacrato definitivamente come icona della comicità demenziale.

ZAZ e l’età d’oro della parodia demenziale (anni ’80–’90)

Per comprendere a fondo il fenomeno Nielsen/Drebin, bisogna collocarlo nel contesto della comicità cinematografica anni ’80–’90. Quella fu l’era d’oro del film demenziale americano, un filone comico basato sulla parodia sfrenata di generi e cliché consolidati. I pionieri di questa corrente furono proprio i fratelli Zucker (David e Jerry) e Jim Abrahams, noti collettivamente come ZAZ. Dopo i primi esperimenti di parodia negli anni ’70 (The Kentucky Fried Movie, 1977, una serie di sketch demenziali prodotti da John Landis), il trio esplose con Airplane! nel 1980 – in Italia titolato L’aereo più pazzo del mondo – che prendeva in giro i popolari film catastrofici degli anni ’70. Airplane! seguiva fedelmente la trama di Airport & affini (aerei in pericolo, piloti eroici, passeggeri da salvare) ma la riempiva di personaggi assurdi e battute al vetriolo, sfidando ogni convenzione del genere con un’irriverenza totale. Il film, grazie anche all’impiego di attori drammatici come Nielsen, Lloyd Bridges, Robert Stack in ruoli ridicoli, fu un trionfo e definì un nuovo standard di comicità per la Generazione X. Come notano i critici, gli anni ’80 sono stati gli anni di Leslie Nielsen e di questa comicità demenziale a raffica, così come i ’90 sarebbero poi appartenuti ad altri volti (Jim Carrey, Mike Myers, Ben Stiller…) che però devono moltissimo a quella scuola.

Sull’onda del successo di Airplane!, ZAZ tentarono la formula sul piccolo schermo con Police Squad! (1982), serie TV parodistica in cui debuttò il personaggio di Frank Drebin. Police Squad! prendeva di mira le serie crime alla Dragnet o M Squad degli anni ’50-’60, replicandone l’estetica in bianco e nero e le trame poliziesche banali, per poi ribaltarle con un diluvio di trovate surreali. Era una serie avanti sui tempi: ogni episodio era un concentrato densissimo di gag visive, giochi di parole, rotture della quarta parete, persino false guest star uccise nei titoli di testa. La ABC la cancellò dopo soli 4 episodi, preoccupata che il pubblico generalista, abituato a sitcom “facili” magari da ascoltare distrattamente, non seguisse un prodotto così ricco di dettagli («lo spettatore doveva guardarla davvero con attenzione per apprezzarla… e la maggior parte non era disposta a farlo» spiegò amaramente un dirigente). In effetti Police Squad! non aveva risate registrate, richiedeva attenzione attiva e probabilmente arrivò troppo presto. Ma fece in tempo a diventare di culto e soprattutto a gettare le basi per la successiva incarnazione cinematografica: Una pallottola spuntata.

Con Una pallottola spuntata (1988) la formula ZAZ tornò e si perfezionò sul grande schermo. Liberi dai vincoli televisivi, i tre autori ampliarono la scala delle gag (“amplificarono l’ironia della serie con ritmo cinematografico e maggiore libertà narrativa”) ottenendo un successo clamoroso. Costato pochi milioni di dollari, il film ne incassò oltre 150 nel mondo, convincendo ZAZ a produrre due sequel nei primi anni ’90. La trilogia consolidò un filone ben preciso: quello della parodia di genere, in cui si prende una tipica trama cinematografica (il film d’azione poliziesco, il thriller politico, persino gli Oscar – come avviene in Una pallottola spuntata 33⅓) e la si riempie all’orlo di irriverenza e assurdità. Negli stessi anni, altri autori percorrevano strade simili: il regista Mel Brooks, già noto per parodie come Frankenstein Junior o Mezzogiorno e mezzo di fuoco, realizzò Balle spaziali (1987) parodiando Star Wars e infine Dracula morto e contento (1995) – quest’ultimo interpretato proprio da Nielsen, quasi a suggellare l’incontro tra due generazioni di demenziale. Altri successi come Hot Shots! (1991, parodia di Top Gun) e il suo sequel …2 (1993) portarono avanti la scuola ZAZ (infatti sono diretti da Jim Abrahams senza i fratelli Zucker). Insomma, tra anni ’80 e primi ’90 il cinema americano fu invaso dalle parodie, molte delle quali vedevano coinvolto Nielsen come protagonista o comparsa di lusso. Persino in film minori come Spy Hard (1996), che prendeva di mira i film di James Bond e d’azione, Nielsen offrì il suo volto serissimo per gag al limite del cartoonesco (celebre la scena iniziale dove imita Mission: Impossible al suono di una sigla cantata da “Weird Al” Yankovic).

Col finire degli anni ’90, questo approccio parodico classico cominciò a esaurirsi o a trasformarsi. L’avvento di nuove commedie demenziali – più basate su personaggi originali e umorismo “scorretto” (il filone Farrelly, Scary Movie, American Pie, fino alla comicità di Will Ferrell o Sacha Baron Cohen) – spostò il baricentro: l’attenzione andò più sulle trovate gross-out (volgarità, sesso, umorismo crudo) e meno su quel wit quasi innocente di ZAZ. Lo stesso Nielsen partecipò ironicamente a questo cambio di guardia recitando nei capitoli della saga Scary Movie (2003–2006), ma ormai il tono era diverso: più volgare, più esplicito, più “urlato”. Il vecchio stile asciutto, surreale e brillante di Una pallottola spuntata appariva un lontano ricordo, una gemma irripetibile di un’altra epoca. Nonostante ciò, l’influenza della trilogia e di Nielsen è palpabile ovunque: film come Austin Powers o serie come Brooklyn Nine-Nine mostrano debiti verso quello humor (penso ad esempio all’uso serissimo di assurdità in Brooklyn Nine-Nine, che deve molto a Frank Drebin). Tanto che oggi, a decenni di distanza, Hollywood sta tentando di resuscitare Frank Drebin: un remake/sequel di Una pallottola spuntata è in cantiere, con protagonista Liam Neeson (ironico passaggio di testimone da Nielsen a Neeson, quasi un gioco di assonanze). Neeson è noto per i suoi ruoli d’azione seri, figure granitiche e impassibili – qualità che, secondo i produttori, lo renderebbero adatto a raccogliere l’eredità di Nielsen. Sarà interessante vedere se il suo aplomb drammatico potrà reggere il confronto con la “risata serissima” dell’originale. In ogni caso, questa operazione conferma quanto la figura di Drebin/Nielsen sia rimasta nell’immaginario: un cult transgenerazionale, il “simbolo supremo di una comicità forse irripetibile”.

Nonsense, caos e pensiero laterale: il potere formativo dell’assurdo

A livello personale, la comicità di Leslie Nielsen e soci non è stata solo fonte di risate, ma anche una sorta di palestra mentale. Da ragazzo, consumando VHS su VHS di Una pallottola spuntata e L’aereo più pazzo del mondo, mi accorsi che quel tipo di umorismo stava rimodellando il mio modo di pensare. Ero un adolescente con la testa spesso tra le nuvole, amante di giochi di parole e idee bizzarre: quei film sembravano parlare la mia lingua segreta. Il nonsense – quel susseguirsi di eventi illogici – aveva su di me un effetto liberatorio: mi insegnava che si poteva uscire dagli schemi, che l’assurdo poteva essere una chiave di lettura del reale. In un mondo che spesso richiede di “stare seri” e di seguire regole logiche, quelle commedie mi offrivano un rifugio di creatività pura, dove le regole si potevano piegare e reinterpretare.

Non a caso, grandi teorici sostengono che l’umorismo sia strettamente legato al pensiero laterale e alla creatività. Il celebre neuroscienziato Edward De Bono – padre del concetto di lateral thinking – affermava che “lo humour è una delle funzioni più significative dell’intelletto umano, un vero atto creativo capace di collegare idee in modo originale generando nuovi significati”, sottolineando che l’umorismo è la più pura attività di pensiero laterale. In effetti, una battuta ben costruita funziona come un’illuminazione: ti costringe a vedere una situazione da un’angolazione imprevedibile, a fare un cortocircuito mentale improvviso. Le gag demenziali di Nielsen e dei film ZAZ sono esempi perfetti di questo meccanismo: ti presentano una scena familiare (il poliziotto che fa irruzione, il dialogo romantico al chiaro di luna) e all’improvviso la deviano verso l’assurdo (irruzione con disastro, dialogo romantico interrotto da un fuoco d’artificio nel letto…). Il nostro cervello, per un attimo, resta spiazzato – poi capisce la nuova logica (la logica dell’assurdo) e scatta la risata. È un esercizio cognitivo: ogni battuta demenziale è come un piccolo puzzle da risolvere in un secondo, un training a vedere connessioni dove nessuno le cerca e a trovare piacere nel ribaltamento delle aspettative. Per chi, come me, aveva forse un approccio un po’ “laterale” già di suo, questo humor è stato quasi terapeutico: finalmente qualcosa che celebrava il pensiero divergente anziché tarparlo.

Inoltre, credo che questo tipo di comicità abbia avuto un valore speciale anche per molte persone neurodivergenti o semplicemente “fuori dagli schemi”. L’umorismo demenziale accoglie prospettive diverse, perché non richiede di aderire al senso comune: anzi, ti invita a mettere in discussione il senso comune, a immaginare realtà alternative buffe. Uno sketch come quelli di Nielsen – dove, poniamo, un condannato a morte chiede come ultimo desiderio “una sigaretta” e Drebin gli porge prontamente un intero plotone di esecuzione armato di fucili (gioco surreale visto in Police Squad!) – è uno schiaffo alla logica lineare. E proprio per questo può risultare particolarmente divertente per chi pensa in modo non convenzionale: riconosce che esiste un piacere intellettuale nel caos. Persino gli aspetti più “crudi” o tabù vengono riproposti in chiave innocua: la morte, la violenza, il sesso diventano un carnevale inoffensivo, un modo per esorcizzare paure e ansie ridendoci sopra. La psicologia dell’umorismo insegna che ridere di qualcosa di spaventoso lo rende benigno, lo disinnesca. Ecco allora che ridere di un poliziotto continuamente ferito (ma che non muore mai) può servire, paradossalmente, a sfogare l’ansia attorno alla violenza; ridere di un rapporto sessuale goffo in cui due amanti indossano assurdi costumi di gomma può sdrammatizzare il tema del sesso sicuro, portando un messaggio (pro-sicurezza) in forma di parodia strampalata.

Per me, adolescente un po’ timido, scoprire questi film è stato formativo: mi hanno insegnato a non aver paura del ridicolo, a capire che c’è potenza nell’umorismo e che il mondo non va preso sempre sul serio. In un certo senso, Nielsen e compagni fecero più che intrattenermi: allenarono la mia mente ad essere flessibile, a giocare con le idee. Mi accorsi che spesso, a scuola o con gli amici, guardavo le situazioni quotidiane immaginando come sarebbero in un film di Una pallottola spuntata: la professoressa severa che improvvisamente scivola su una buccia di banana invisibile, o il preside che fa un discorso solenne con i pantaloni inconsapevolmente abbassati… Erano fantasie, certo, ma mi facevano affrontare con leggerezza situazioni altrimenti stressanti. Non c’è dubbio: quell’umorismo assurdo ha avuto un potere psicologico. Come scrive un articolo recente, il cinema demenziale ci insegna proprio a prenderci meno sul serio, abbandonando gli schemi prestabiliti e ammorbidendo i contorni di ciò che riteniamo “moralmente tollerabile”. È una lezione preziosa, quasi filosofica, nascosta dietro una scivolata su una torta o un “Non chiamarmi Shirley”.

Da Hollywood a Drive In: affinità tra Leslie Nielsen e Francesco Salvi

Viene spontaneo domandarsi: esiste qualcosa di paragonabile alla comicità di Leslie Nielsen nel panorama italiano? A prima vista verrebbe da dire di no, dato il carattere così “americano” di quelle parodie. Eppure, pensando ai miei ricordi televisivi degli stessi anni ’80, un nome mi è balzato alla mente: Francesco Salvi. Sì, proprio lui, il comico-cantante che impazzava nei varietà TV come Drive In con le sue gag surreali e le canzoni demenziali. Potrà sembrare un accostamento azzardato – Nielsen era un attore di Hollywood nato nel 1926, Salvi un cabarettista lombardo classe 1953 – eppure ci sono somiglianze sorprendenti nei loro stili comici.

Anzitutto, Salvi condivide con Nielsen l’arte della parodia dei linguaggi e dei formati. Nei suoi sketch televisivi degli anni ’80, Salvi spesso metteva in scena finti notiziari, finti documentari, finte pubblicità in cui recitava serissimo testi privi di senso. Chi lo ricorda a Drive In ricorderà ad esempio l’“Inglese con Francesco Salvi”, una rubrica comica dove insegnava improbabili frasi in inglese maccheronico con tono professorale. Era un perfetto esempio di parodia del formato: Salvi imitava alla lettera i programmi didattici RAI, prendendo un registro serissimo per veicolare contenuti assurdi (parole inventate, doppi sensi nonsense), proprio come Nielsen imitava i polizieschi seriosi per sparare idiozie. In un certo senso, Salvi anticipava logiche “meta” che oggi vediamo nei meme: prendeva un format riconoscibile (il corso d’inglese TV, la pubblicità progresso, la canzone di Sanremo) e lo riempiva di contenuti parodistici spaesanti. Ad esempio, la sua canzone “C’è da spostare una macchina” (tormentone del 1988) era costruita come un annunciamento martellante alla radio – “C’è da spostare una macchina targata…” – ripetuto all’infinito con arrangiamento pop: una sciocchezza totale, eppure così assurda da diventare contagiosa nella cultura pop italiana. Allo stesso modo, molte battute di Una pallottola spuntata nascono dal ripetere all’eccesso frasi ovvie (come Drebin che ribadisce gli ordini banali) fino a renderle esilaranti. Sia Nielsen che Salvi amavano giocare con il linguaggio letterale: Salvi spesso prendeva modi di dire alla lettera per farne gag (rifacendosi talvolta alla tradizione del nonsense inglese à la Monty Python), e Nielsen in Airplane! risponde letteralmente a “Serve un ospedale!” con “Cos’è un ospedale? È un grande edificio pieno di pazienti, ma ora non importa” – spiegando il termine hospital come se fosse una domanda seria. Questo tipo di humor sul linguaggio – dove si finge di non capire l’ovvio, o si gioca sull’ambiguità delle parole – è un terreno comune tra i due artisti.

Un altro elemento in comune è il ritmo serrato e surreale della comicità. I segmenti di Francesco Salvi in TV erano noti per essere rapidissimi, a volte quasi frenetici: sketch di pochi secondi, canzoni-lampo piene di cambi di scena, intermezzi visuali deliranti. Nel suo show MegaSalvi (1988) Salvi mescolava musica elettronica anni ’80 con trovate comiche in un flusso quasi da videoclip, senza dare allo spettatore un attimo per capire dove finisse una gag e ne iniziasse un’altra. Questo bombardamento di input comici ricorda molto la filosofia ZAZ: non lasciare mai passare troppo tempo senza una risata, tenere il pubblico sulle spine comiche. Certo, il contesto era diverso: Salvi lavorava in uno spazio televisivo di pochi minuti, Nielsen in film di 90 minuti. Ma il ritmo da cartoon li accomuna. Non sorprende che chi, come me, adorava Nielsen al cinema, trovasse irresistibile anche la follia di Salvi in TV: erano due declinazioni (una americana, una italiana) di un umorismo “laterale” e ipercinetico.

Dal punto di vista visuale e musicale, troviamo altre affinità. Nielsen partecipava a gag visive iconiche (le cadute, gli oggetti improbabili, le situazioni fisiche al limite del surreale), e Salvi nella sua comicità “multimediale” non era da meno: compariva in scena con costumi strampalati, si lanciava in balli assurdi, interagiva con scenografie volutamente cheap e surreali (in Drive In interpretava il “camionista” con un tir finto sullo sfondo, o il cantante “metalmeccanico” con tanto di catene e scintille sul palco). Inoltre, Salvi integrava spessissimo la musica come elemento comico: le sue canzoni demenziali – da “Esatto” a “Taxi” – erano parodie in musica di vari generi, piene di effetti sonori buffi e nonsense nelle liriche. Anche Nielsen, pur non essendo cantante, si prestò a momenti musicali parodistici: celebre la scena in cui Drebin si finge Enrico Pallazzo, tenore d’opera, e devasta l’inno nazionale cantando in modo stonato davanti a uno stadio attonito. È la stessa idea di base: prendere un momento musicale solenne e sovvertirlo in farsa. Salvi faceva qualcosa di simile quando cantava arie liriche con testi demenziali nei suoi sketch. Entrambi, insomma, sfruttavano l’accoppiata di comicità musicale e visiva per colpire lo spettatore su più fronti sensoriali.

Infine, c’è un aspetto forse più sottile: sia Nielsen che Salvi hanno creato un universo comico “formato”, quasi anticipando la logica odierna dei meme e dei format ripetibili. Pensiamo a Frank Drebin: un personaggio fisso, calato in contesti diversi (film, serie) ma sempre riconoscibile per certe gag ricorrenti (il cappello spalmato di gelato, il sigaro che causa esplosioni, il cliché “Niente da vedere qui, circolare!” mentre dietro c’è un’esplosione). È quasi un format comico ambulante: gli sceneggiatori possono inserirlo in qualunque situazione sapendo che il pubblico aspetta quelle sue caratteristiche e riderà nel vederle declinate di nuovo. Francesco Salvi, dal canto suo, nei suoi show televisivi giocava con tormentoni e personaggi che riproponeva ogni settimana (il “Tapiro” ante litteram, il “turista fai-da-te” con lo slogan assurdo, ecc.). Chi seguiva Drive In aspettava il momento in cui Salvi avrebbe detto “Esatto!” col suo tono strascicato – quello era il suo “Don’t call me Shirley”. In questo senso Salvi, pur nella sua originalità, ha anticipato certe dinamiche memetiche: sapeva che una frase ben coniata, ripetuta con variazioni, può entrare nel linguaggio comune. Lo stesso è avvenuto per Nielsen: battute dai suoi film come “E non chiamarmi Shirley” o “Nice beaver!” (“Bel castoro!”, scambio di doppi sensi con Priscilla Presley) sono diventate citazioni pop immediatamente riconoscibili, quasi meme ante litteram condivisi tra fan. Entrambi dunque hanno creato un effetto format: un mondo di riferimenti e tic comici riconoscibili, che lo spettatore affezionato poteva aspettarsi e in cui trovava un piacere quasi rituale.

Ovviamente le differenze di contesto restano: Nielsen lavorava con budget hollywoodiani e un mercato internazionale, Salvi in uno show della TV commerciale italiana anni ’80, quindi la scala e i mezzi erano diversi. Ma è sorprendente notare come l’umorismo assurdo sappia viaggiare oltre i confini, assumendo forme diverse in culture diverse mantenendo però un’anima affine. L’assurdo fa ridere ovunque, perché ovunque rompe un ordine costituito. Nielsen lo faceva facendo crollare il mito del macho tutto d’un pezzo americano; Salvi lo faceva canzonando il boom edonista italiano con grottesca allegria. Entrambi, a modo loro, hanno scosso il pubblico dalla sedia della normalità, ricordandoci che dietro ogni seriosa facciata può nascondersi una situazione ridicola pronta ad esplodere.

In conclusione, l’eredità di Leslie Nielsen – e per certi versi anche quella di innovatori locali come Francesco Salvi – risiede in questo: averci insegnato il potere liberatorio e universale dell’umorismo assurdo. Ci hanno mostrato che ridere “seriamente” delle follie del mondo è un antidoto meraviglioso al prendersi troppo sul serio. Ancora oggi, riguardando quelle vecchie scene – Drebin che afferra un dildo scambiandolo per un microfono, Salvi che canta in latino maccheronico vestito da prete rock – non posso che sorridere pensando a quanto siano formative, nel loro piccolo, quelle risate. Come lacrime nella pioggia? No, come risate nel caos – preziose, liberatorie, e per fortuna contagiose.

Chiudo qui la carrellata, anche se potrei parlare ancora di decine di altri ispiratori: Elio e le Storie Tese (per la parte musica + umorismo, loro sono il gruppo pop-demenziale colto italiano), Stefano Benni e la sua satira narrativa, Massimo Troisi e la sua ironia poetica, i film di Mel Brooks (adoravo Frankenstein Junior e Balle Spaziali), etc. Ma quelli che ho raccontato sono i principali “dei” del mio pantheon comico. Da ognuno ho preso qualcosa: dai Python la libertà dell’assurdo, da Arbore la gioia di giocare con i media, dalla Gialappa’s la lente satirica sulla realtà, da Luttazzi/Guzzanti la potenza della satira impegnata, da Maccio il gusto del demenziale linguistico e la modernità virale, da Lillo & Greg la leggerezza surreale, da South Park l’assenza di censure mentali. Questo cocktail ha formato il mio senso dell’umorismo, che oggi è una strana bestia: posso ridere tanto per una battuta scema su una scorreggia quanto per un fine gioco di parole letterario – e la differenza la fa spesso il contesto e l’intenzione. In fondo è bello così: l’umorismo è multiforme, e poterlo apprezzare in tutte le sue forme è un po’ come conoscere tante lingue diverse e godersele tutte.

Per un pensiero neurodivergente come il mio, avere tutti questi riferimenti è stato anche un àncora: mi sono sentito meno solo nel mio modo strambo di vedere il mondo. C’era un filo che mi legava a quegli autori: un certo modo di cogliere l’assurdo nella normalità. E quando magari nella vita di tutti i giorni non mi sentivo compreso, sapevo che bastava mettere su una cassetta dei Monty Python o un CD di Elio per ritrovare la mia dimensione, dove il ridicolo regnava sovrano e io vi ero perfettamente a mio agio.

Nel prossimo capitolo faremo un passo indietro e guarderemo il quadro generale della comicità italiana, parlando di alcuni fenomeni di costume (cinepanettoni, paninari, berlusconismo) che hanno influenzato il gusto comico nazionale. Sarà interessante confrontarli con quanto raccontato fin qui, per capire da dove veniamo e magari dove stiamo andando nel ridere di noi italiani.

Capitolo 5: Fenomeni italiani – dai cinepanettoni ai paninari, tra risate e cattivo gusto nel regno del Berlusconismo

Ogni paese ha la propria tradizione comica e i propri guilty pleasures. In Italia, pochi fenomeni dividono come i cinepanettoni: quelle commedie natalizie popolari, volgarotte, con Boldi e De Sica a farla da padroni, che per decenni sono state campioni d’incasso e al contempo bersaglio di critiche feroci. Insieme ai cinepanettoni, un altro simbolo degli anni ’80 è stata la cultura dei paninari – i giovani modaioli di Milano – entrata anche nell’immaginario comico, e poi gli anni ’90-2000 hanno visto l’ascesa di un clima culturale noto come berlusconismo, che ha influenzato pesantemente la TV, il cinema e dunque la comicità nazionale. In questo capitolo esploreremo come questi fenomeni (i cinepanettoni in primis) abbiano plasmato il gusto dell’umorismo italiano, per il meglio o per il peggio, e come l’onda lunga del berlusconismo abbia definito cosa faceva ridere (e cosa no) milioni di italiani. Sarà un viaggio un po’ più critico, ma non mancherò di inserire anche qui qualche ricordo personale – ad esempio, confesserò la mia passione proibita per alcuni cinepanettoni, e racconterò come da piccolo collezionassi le figurine dei Paninari senza capire bene che cosa stessi collezionando.

La saga infinita dei Cinepanettoni: Il termine “cinepanettone” fu coniato credo a fine anni ’90 per indicare quei film comici che uscivano puntualmente a Natale (da qui il paragone col panettone) con un cast ricorrente, trame leggere, tante gag su corna, gaffe, doppi sensi sessuali, esotismo da vacanza. Pensiamo ai vari Vacanze di Natale (1983 il primo, ambientato a Cortina) e poi a seguire Natale a Miami, Natale in India, Natale sul Nilo, etc. Da ragazzino, lo ammetto, li guardavo di nascosto in TV e ridevo per le loro gag grossolane – ero il pubblico perfetto, un dodicenne che ride per una scorreggia di Boldi in vasca idromassaggio. Crescendo ho iniziato a guardarli con occhio più critico, e mi sono accorto di quanto fossero un fenomeno sociologico. I cinepanettoni sono stati definiti da alcuni critici come “l’emblema della società berlusconiana, di destra, volgare, priva di valore estetico, diseducativa, anti-intellettuale, rivolta a un pubblico incolto”. Parole dure, che riflettono il disprezzo di tanta intellighenzia verso questi film. Effettivamente, la formula era lontana anni luce dalla commedia all’italiana raffinata di un Monicelli o di un Scola: qui si andava giù pesanti di parolacce, seni al vento, barzellette sui gay e sulle minoranze, product placement di marchi ovunque (d’altronde erano film targati Medusa, la casa di produzione di Berlusconi).

Eppure, eppure… qualcuno li difende. C’è stato persino chi ha scritto libri seri sul fenomeno, come Alan O’Leary con la sua Fenomenologia del cinepanettone. L’argomentazione dei “pro-cinepanettone” è: “attraverso la maschera della farsa triviale, il cinepanettone mostra il vero volto di un’Italia che c’è sempre stata ma che il cinema colto preferiva ignorare”. In altre parole, dentro quelle volgarità c’è un pezzo di realtà nazionale: l’italiano medio, cacciatore di donne, un po’ cialtrone, un po’ razzista da bar sport, viene rappresentato lì senza filtro. E in fondo, far vedere sullo schermo quella “bruttezza” è anch’esso un modo di raccontare il paese. Confesso che questa lettura mi incuriosisce: guardare un cinepanettone come fosse un documentario sociologico. In effetti, rivedendo Vacanze di Natale 1983 oggi, tra una gag e l’altra ci leggi un’epoca: i paninari milanesi ricchi a Cortina, lo scontro tra nuovo e vecchio (c’è la famiglia romana arricchita e quella rimasta poverella), il rampantismo anni ’80. Certo, lo leggi nonostante la regia e la sceneggiatura un po’ raffazzonate, non grazie a. Molti di quei film sono bruttini come cinema (montaggi sfilacciati, episodi giustapposti), ma al pubblico ciò importava poco: andavano al cinema per ridere in comitiva durante le feste, e ridevano.

Io conosco persone coltissime che ammettono come guilty pleasure di andarli a vedere ogni anno, quasi fosse un rito di decompressione mentale. Un po’ come il pubblico del Bagaglino (altro prodotto di satira trash populista, di Pingitore, durante gli stessi anni). Nel loro “trashume”, i cinepanettoni hanno generato tormentoni (ad esempio “‘Na parola è troppa e due so’ poche!” di De Sica in Vacanze ’95, o le mille variazioni dialettali di Boldi tipo “Miao chi?”, “Duncan Sciopè?”) che sono entrati nel parlato comune. Io ricordo compagni di classe alle medie che salutavano con “Ciao cipollino!” citando Enzo Salvi, oppure ripetevano “Anche quest’anno…” e qualcun altro rispondeva “è già Natale!” imitando la voce narrante di quei trailer. Erano parte della cultura pop, volenti o nolenti.

Culturalmente, però, non si può negare che i cinepanettoni abbiano anche abbassato l’asticella del gusto del pubblico medio. Quando per anni proponi come comico ideale l’uomo di mezza età arrapato che tradisce la moglie con la maggiorata di turno, fai passare un’idea di humor basato su stereotipi triti (il gay effeminato, il nero ridicolizzato, lo straniero come macchietta, la donna ridotta a corpo). Molti contestano proprio questo: che abbiano sdoganato un “razzismo/ sessismo da ridere” che prima sarebbe stato confinato a barzellette raccontate tra amici, portandolo invece sul grande schermo senza contraltare critico. Un recensore li definì “volgari, diseducativi, rivolti a un pubblico ignorante”. Forse esagerando un po’, ma cogliendo un punto: guardando alcuni film di Oldoini o Parenti dei primi ’90 (penso a Anni ’90 del 1992), rimani colpito da quanto apertamente maschilisti e razzisti siano certi sketch, senza nemmeno la scusa della critica. Quel film in particolare, è ricordato come uno dei punti più bassi del cinema italiano, con otto episodi infarciti di squallore e una scena di psicologo che “cura” un gay con approcci imbarazzanti – fu definito “emblematico per lo squallore e il razzismo dilagante”. Insomma, c’era del marcio in Danimarca…

E qui entra in gioco il discorso Berlusconismo. Perché i cinepanettoni prosperarono proprio nell’era di Silvio Berlusconi? La risposta sta nel fatto che Berlusconi negli anni ’80 inventò la TV commerciale italiana, con ritmi più veloci, più volgarità tollerata, veline, siparietti sexy – tutto il contrario della Rai ingessata di prima. Programmi come Drive In (di Antonio Ricci su Italia1) introdussero un nuovo tipo di comicità televisiva, basata su sketch rapid-fire, bellezze in bikini e satira leggera. Drive In era al tempo stesso ammirato per l’innovazione di linguaggio e criticato per la volgarità e l’uso decorativo delle donne. Era il riflesso dei tempi: l’Italia entrava negli edonistici anni ’80, voleva divertirsi e guardare belle ragazze, e ridere in modo spensierato. Berlusconi capitalizzò su questo: le sue reti divennero la casa di un intrattenimento comico più “terra terra” ma molto popolare. Drive In e successori (come Paperissima o i varietà Fininvest) hanno di fatto “ri-educato” il gusto verso una comicità più immediata, meno sottile. E i film di Natale – molti prodotti da Medusa – erano il corrispettivo cinematografico di quel gusto televisivo. Non a caso, molti attori vengono da quell’ambiente (Boldi e Teocoli erano di Drive In, ad esempio).

Il Berlusconismo non è solo un fatto politico: è un mood culturale. Da un lato, sdoganò un certo qualunquismo allegro (andava di moda dire “non parlate di politica, parlate di donne, di calcio!”), dall’altro però era intollerante con chi faceva satira graffiante contro il potere. Ecco il paradosso: la stessa epoca vede la fioritura di cinepanettoni sboccati e la censura di Luttazzi e Guzzanti dalla RAI nel 2002 (il famoso Editto bulgaro). Berlusconi incarnava un po’ quell’italiano da commedia sexy (imprenditore gaudente, circondato da belle ragazze in TV) e infatti la satira politica aggressiva era malvista perché rompeva la festa. Così, nello spazio pubblico mainstream rimanevano due tipi di comicità: quella innocua-volgare (i comici di Zelig, i cinepanettoni, Striscia la Notizia che fa satirina ma non troppo) e quella messa ai margini (Dandini su canali minori, Guzzanti costretto a fare spettacoli a teatro, ecc.). Penso che questo abbia influenzato tanto il gusto medio: una generazione è cresciuta ridendo con Boldi&De Sica e vedendo la satira vera scomparire dalla prima serata. Il risultato? Quando poi con internet le nuove leve hanno riscoperto Luttazzi, ad esempio, molti non l’hanno capito o l’hanno trovato too much, non abituati più a quel registro.

C’è stato anche un effetto Berlusconi sul linguaggio: molti comici tv degli anni 2000 erano berlusconiani loro malgrado, nel senso che adottavano il suo stile comunicativo leggero e ammiccante. Penso a Ezio Greggio e Enzo Iacchetti a Striscia: molto bravi, certo, ma la loro satira era calibrata per non affondare mai davvero il colpo, sempre un po’ cazzara e bonaria (tranne qualche eccezione). Faceva ridere? Sì, tanto pubblico rideva. Faceva pensare? Mmh, non troppo. Era voluto: Berlusconi in persona una volta disse (cito a memoria) che la satira dev’essere come il prosciutto, dolce, criticando Sabina Guzzanti perché “quella non era satira” a suo dire. Insomma, i potenti preferiscono che si rida con loro o di cose innocue, non di loro sul serio.

Parliamo un attimo dei Paninari, perché sono un pezzetto di storia comica anni ’80 spesso menzionato. I Paninari erano quei ragazzi milanesi vestiti firmati (Moncler, Timberland, Ray-Ban), fissati con panini fast-food e life-style americano. Nacquero attorno a Piazza San Babila, e divennero moda nazionale grazie a riviste e fumetti (il giornalino Il Paninaro). La loro figura era così stereotipata da ispirare sketch comici: al Drive In c’era il personaggio Il Paninaro interpretato da Enzo Braschi, che parlava in gergo (tipo “Bello, c’è un freakketton che è l’aborto di John Lennon!”) e incarnava il vuoto consumismo giovanile. Era una satira di costume, abbastanza facile ma efficace: quel gergo entrò nel linguaggio comune (parole come “abbestia”, “giainormous”, “cuccare” in parte derivano da lì). Ricordo che da bambino a fine anni ’80 vedevo i grandi usare quei termini ridendo, senza capire. In più c’era il versante cinematografico: film come Yuppies (1986) sfruttarono il filone paninaro, mostrando giovani rampanti milanesi in commedia sexy. Jerry Calà e Christian De Sica hanno fatto film di quel genere. Erano come pre-cinepanettoni ambientati a Milano da bere.

Il “paninaro” come figura comica rappresentava il superficiale, l’edonista non pensante. Uno stereotipo facile, sì, ma c’era un fondo di critica sociale: far vedere quei ragazzotti imbecilli e strapparci risate era anche un modo di dire “guardate che generazione vuota stiamo allevando”. Anche Elio e le Storie Tese (per tornare alla musica) li presero in giro in canzoni come Servi della Gleba (che parla di un ragazzo un po’ scemo e conformista, molto paninaro inside). Io, lo confesso, da piccolo collezionavo gli adesivi con scritto “Paninaro” convinto fosse una cosa figa, perché li vedevo sui motorini dei ragazzi grandi. Non sapevo manco cosa volesse dire, ma era cool. Segno che la satira o ironia sul fenomeno a me bambino passava sopra la testa: recepivo solo che “paninaro = fiko”. Questo mi fa riflettere: a volte la parodia di un fenomeno rischia di alimentarne il fascino anziché smontarlo, se il pubblico (specie più giovane) non coglie il secondo livello. Un po’ come i fratelli Vanzina (creatori di Vacanze di Natale) che dicevano: “il problema non erano i nostri personaggi gretti e volgari, ma chi non capiva che erano una grottesca imitazione e non un elogio”. Ecco, molti probabilmente non capivano e li prendevano per modelli. Succede spesso: Scarface doveva essere una critica al gangsterismo, e invece c’è gente che idolatra Tony Montana. Così il paninaro: doveva essere figura ridicola, ma quanti ragazzi al contrario volevano imitare quel look perché lo vedevano in TV? Io a 6 anni volevo il Moncler solo perché ne parlava il personaggio del Drive In (e mamma giustamente mi ha detto ciccia, tieniti il giaccone normale).

Chiudiamo il cerchio tornando al berlusconismo culturale. Esso ha un’altra faccia: la censura e il controllo della satira. Prima abbiamo citato l’Editto bulgaro. Quell’episodio è clamoroso: un premier (Berlusconi) da Sofia nel 2002 dichiarò pubblicamente che Biagi, Santoro e Luttazzi andavano epurati dalla TV pubblica perché ne avevano fatto un uso “criminale”. E infatti vennero cacciati. Questo creò un buco satirico in Rai: per anni niente più programmi come “Satyricon” o “Il raggio verde”. Chi faceva satira si autocensurò o fu spostato. Corrado Guzzanti nel 2003 provò a tornare con “Il caso Scafroglia” su Rai3, un programma surreale che però conteneva attacchi impliciti a quel potere – durò poco, fu poco promosso, quasi sabotato. Sabina Guzzanti fece un one-man-show satirico su RaiOt (Mediaset) e fu chiuso dopo la prima puntata per cause legali. Insomma, la satira “alta” sparì dal mainstream. Al suo posto ascesero programmi comici più innocui, molti su Mediaset, come il già citato Zelig o Colorado Café. In Zelig c’erano comici bravissimi (Ale & Franz, Geppi Cucciari, etc.), ma la satira politica era ridotta ai minimi termini e comunque bonaria. Colorado puntava su giovani comici con tormentoni facili e ammiccamenti. Di fatto, il decennio 2000-2010 la comicità mainstream italiana è stata disinnescata: tanto cabaret, tanta comicità di costume generica, e le punte più affilate confinate su LA7 (Crozza, ad esempio, emigrò su LA7 dopo un po’). Berlusconi se la rideva: la sua idea di comicità, incarnata da programmi come Barzellette (ricordate quando Mediaset faceva show di gente che raccontava barzellette, con ospite pure l’on. barzellettiere Silvio?), dominava.

Questo certamente ha avuto effetti sul pubblico. Ricordo discussioni familiari: mio padre, che amava la satira, era indignato di questa deriva, mentre certi miei zii dicevano “meglio così, basta comici che fanno politica, vogliamo solo ridere spensierati”. Ecco la divisione: c’era chi voleva la risata impegnata e chi no. Berlusconi capì che un popolo che ride ma non pensa è un popolo più docile, quindi incoraggiava quella linea.

Ora, non voglio demonizzare i cinepanettoni o Zelig come se fossero propaganda (non lo erano affatto, erano intrattenimento e basta), però in retrospettiva si vede come il contesto avesse silenziosamente definito cosa fosse l’umorismo accettabile: quello che non fa troppo male a chi sta in alto, che anzi spesso riflette i valori del potere (edonismo, ricchezza, donne-oggetto come normalità, volgarità purché non contro chi comanda). Ad esempio, Striscia la Notizia: ha fatto cose meritorie contro truffe e malcostumi, per carità, ma ha anche diffuso stereotipi (le veline mute e sgambettanti per decenni), ha bullizzato personaggi deboli a volte (penso al povero Mago Gabriel, portato in studio per essere preso in giro bonariamente; o certe campagne sul mago do Nascimento finite malino). E quando c’era da colpire Berlusconi o amici, Striscia stranamente glissava o le buttava sul ridere senza affondare. Insomma, quell’epoca ha plasmato un immaginario comico che ancora oggi persiste: basta guardare le commedie italiane recenti, molte sono figlie di quell’approccio.

Personalmente, ho sentimenti contrastanti.

Però oggi, con la sensibilità attuale, molte altre scene mi fanno rabbrividire – non tanto per moralismo, quanto perché non sono più divertenti, risultano solo stupide o offensive. Segno che il gusto cambia con la società. Il berlusconismo ha dominato 20-30 anni, ma ora siamo oltre (o almeno lui non c’è più come protagonista, essendo purtroppo o per fortuna passato a miglior vita nel 2023). E infatti, come vedremo nel prossimo capitolo, la comicità odierna (tra meme e correttezza politica) ha preso una piega diversa.

Chiudo questo capitolo con un Ipotetico quadretto nostalgico: anni ’80, cena di Natale a casa di parenti, tutti in salotto poi a vedere la VHS di Vacanze di Natale appena uscito. Risate generali sulle battute in romanesco di De Sica e sulle smorfie di Boldi. “Io bambino” rido perché ridono gli adulti. Ecco, quella era l’Italia pre-satira impegnata, pre-woke, pre-tutto: si rideva in modo tribale delle barzellette un po’ sporche dello zio Silvio (che poi diventò Premier Silvio), e in quell’unità c’era qualcosa di bello (il ridere insieme spensierati) e qualcosa di inquietante (il non accorgersi che si rideva di battute grevi su donne e minoranze, normalizzando un po’ di pregiudizi). Quell’Italia lì è cambiata? In parte sì: oggi certe cose verrebbero fischiate o criticate (provate a fare un cinepanettone oggi con barzellette sui cinesi mangiacani, come in Merry Christmas 2001, e scoppia un putiferio su Twitter). In parte no: la voglia di risate becere e semplici c’è sempre, e infatti certi cinepanettoni moderni – sebbene un po’ in crisi di incassi – escono ancora e un pubblico affezionato lo trovano.

Il berlusconismo, dunque, lascia un’eredità duplice: da un lato una comicità nazional-popolare, un po’ grossolana ma identitaria, dall’altro una certa allergia a chi “fa il superiore” (spesso i comici più raffinati venivano accusati di fare una comicità “intellettuale” e quindi “non divertente per la gente normale”). È una frattura che esiste ancora nel pubblico italiano: Checco Zalone vs Corrado Guzzanti, per dire. Ma come vedremo, la nuova generazione con internet e i meme ha rimescolato le carte, facendo emergere un altro tipo di humor, diverso sia da Zalone che da Guzzanti. Ed è lì che siamo diretti nei prossimi capitoli: l’evoluzione (o involuzione?) della comicità negli anni 2010-2020, tra social media, attenzione calante e nuovi tabù socio-culturali.

Prima di chiudere il capitolo, un’ultima nota sui cinepanettoni: io continuo a considerarli un piacere trash occasionale. Ogni tanto, a Natale, se capita in TV una scena di Vacanze di Natale 2000 con Boldi travestito da donna, la guardo e magari sghignazzo pure per la scemenza. Fa parte di me anche quello. Ridere in modo stupido a volte è rilassante. L’importante è averne consapevolezza critica: sapere perché stai ridendo e cosa c’è dietro. E credo che studiare questi fenomeni (anche con occhio semi-serio come abbiamo fatto) aiuti a fare proprio questo: a capire la risata, non solo viverla passivamente. Io posso gustarmi un cinepanettone ma cogliere anche la sua vena grottesca, così come posso ridere di una battuta politicamente scorretta di 20 anni fa ma rendermi conto che oggi non la farei più. L’umorismo è anche specchio del tempo, e in Italia il tempo del berlusconismo ha lasciato uno specchio con parecchie macchie…

Bene, direi di passare oltre. Nel prossimo capitolo confronteremo la comicità di ieri e di oggi più direttamente: anni ’90/2000 vs anni 2020, la transizione da una comicità “analogica” e spesso aggressiva a una “digitale” fatta di meme e clip veloci. E parleremo dell’effetto dei social e degli algoritmi sul nostro modo di ridere. Prepariamoci, perché sarà un capitolo meta, in cui inevitabilmente finirò per prendere in giro anche noi stessi – me incluso – per come siamo diventati con l’avvento di Internet.

Capitolo 6: Dal cabaret ai meme – la comicità anni ’90/2000 contro l’umorismo “brain rot” di oggi

Se potessimo far incontrare un comico degli anni ’90 con un giovane creatore di meme del 2020, probabilmente non si capirebbero a vicenda. La comicità è cambiata enormemente nel giro di due decenni, sia nei contenuti sia nei formati. In questo capitolo voglio mettere a confronto la comicità che ricordo dominante tra fine ’90 e primi 2000 (quella di cui abbiamo parlato: satira televisiva, cabaret aggressivo, film comici tradizionali) con quella odierna, dominata dai social media, dai meme, dai video brevissimi, dalle reference pop incrociate e spesso da un umorismo così surreale e veloce da essere definito con ironia “brain rot” (cervello marcio). Parleremo di come l’era digitale abbia accorciato i tempi comici, cambiato il modo di fruire le battute, e come nuovi generi (come i meme e i TikTok) abbiano portato un humor forse più accessibile globalmente ma anche più frammentato e random. Sarà inevitabile anche riflettere su come l’attenzione del pubblico sia cambiata: chi oggi riuscirebbe ad ascoltare un monologo satirico di 10 minuti in TV? E quante persone preferiscono invece una carrellata di 50 meme in 3 minuti sul cellulare? Io stesso mi accorgo che la soglia di attenzione per la comicità è calata: se un video comico su YouTube non mi prende nei primi 15 secondi, passo oltre. Vent’anni fa mi godevo i tempi comici lenti di uno sketch di Avanzi. Siamo tutti un po’ vittime di questo cambiamento. Vediamo dunque i pro e i contro del passaggio da una comicità analogica-viscerale a una digitale-iperattiva.

Comicità anni ’90/2000: più lenta, più verbosa, più “fisica”: Ripensiamo a come si fruiva la comicità prima dell’avvento massiccio di Internet. Si aspettava la sera un certo show in TV, o si andava a teatro/cabaret, o si noleggiava una VHS/DVD di un film comico. Il tempo comico era quello dettato dall’autore, e lo spettatore se lo “subiva” tutto, nel bene e nel male. Un monologo di 10 minuti di Guzzanti su Andreotti: te lo guardavi dall’inizio alla fine, risata forse non immediata ma costruita su crescendo. Oppure un film come Tre Uomini e una Gamba di Aldo Giovanni e Giacomo (anno 1997): aveva scene comiche dilatate (la partita a carte con lo zio, il viaggio in auto con i dialoghi surreali su guerre stellari), richiedeva attenzione e pazienza per gustare battute che magari arrivavano dopo un po’. Il pubblico di allora era abituato a tempi più lunghi e attesa del payoff. Anche un programma come Mai Dire Gol aveva i suoi ritmi: c’era magari un segmento 5-6 minuti con un comico che faceva il suo sketch, e la Gialappa’s interveniva ogni tanto. Insomma, il palato comico era allenato a sketch e battute con un inizio-svolgimento-fine. Se penso a un film parodia americano di quei tempi (tipo Hot Shots! o Scary Movie), pur essendo demenziali, avevano una struttura narrativa lineare; le gag erano tante ma comunque incastonate in una storia di 1h30. Oggi, quel modello sta un po’ scomparendo: i film comici tradizionali fanno fatica, a meno che non siano brand forti (Zalone in Italia regge, ma è forse l’ultimo mattatore “old school”).

La comicità anni ’90/2000 era anche più aggressiva e diretta nei contenuti. Lo dicevamo: la satira di allora non risparmiava parole forti (basti pensare che Luttazzi aveva uno show chiamato “Barracuda”, e in effetti mordeva). C’era meno timore di offendere. Se qualcosa era considerato divertente, la si diceva e amen. Nei contesti di nicchia (teatri, riviste umoristiche) poi, figurarsi: volava di tutto. L’humour nero era molto in voga: barzellette su morti, handicappati, ecc., nelle comitive (specie maschili) circolavano senza troppi scrupoli. Io ricordo che a scuola i ragazzi avevano la raccolta di barzellette “sporche” fotocopiata, e si rideva di cose davvero scorrette. Era un po’ il continuum con la generazione precedente dei nostri genitori che facevano le “barze su carabinieri, ebrei, ecc.”. Insomma, la cultura era meno sensibile su certi temi, e l’umorismo rifletteva ciò.

A livello viscerale, come già discusso, c’era molto humor “pancia”: parolacce, volgarità, imitazioni caricaturali (un comico in voga in TV nei 2000 era Gianfranco Funari che faceva i monologhi sguaiati in romanesco su Odeon TV; oggi figurarsi se passerebbe). Persino i cartoni animati giapponesi che arrivavano in quegli anni avevano un sacco di gag pecorecce (in Dragon Ball c’è Muten che palpava le ragazze, in Ranma 1/2 infinite situazioni di nudo comico), e li guardavamo da bambini ridendo innocenti. Oggi quegli stessi passaggi negli anime vengono tagliati o subissati di critiche.

Oggi: meme, short videos, umorismo “random” e reference culture. Saltiamo al presente. Come fruiscono la comicità i ragazzi (e non solo) oggi? Prevalentemente tramite social media e piattaforme video: Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Twitter. Ci si imbatte in meme (immagini con testo sopra, spesso riferimenti umoristici a eventi attuali o a fandom pop), in brevi video (dai 10 secondi al minuto) magari provenienti da TikTok o Reels di Instagram, in GIF animate con sottotitoli. Si ride spesso in solitaria guardando il cellulare, non più sempre in gruppo davanti alla TV (anche se poi si condivide il meme con gli amici, si commenta). Questo ha cambiato il formato stesso delle battute: devono essere rapidissime a colpire, perché l’attenzione dell’utente online è scarsissima. Uno scroll e via. Il risultato è un umorismo spesso più visuale e immediato, ma meno “costruito”. Un meme efficace in 2023 cos’ha? Una foto o fotogramma riconoscibile, una scritta breve e tagliente, magari un riferimento ironico a qualcosa di virale. E se non lo capisci in 3 secondi, scrolli oltre.

A tal proposito, c’è un termine diffuso online: “brain rot” (cervello in decomposizione) per descrivere l’effetto di scorrere troppi di questi contenuti. Viene usato scherzosamente: “Ho guardato TikTok per 3 ore, ho il brain rot”. Significa che la mente è fusa da contenuti spazzatura iperstimolanti. Non è solo slang: studi indicano che l’uso intensivo di video brevi porta a calo di attenzione, sovraccarico cognitivo, difficoltà di memoria, ricerca di stimoli immediati a scapito della riflessione. Un po’ come una slot machine di dopamina: scrolli e ogni tot compare un meme che ti fa ridere, ding, il cervello riceve il premio e ne vuole ancora. È come se l’umorismo fosse diventato una scarica rapida e ripetuta invece che un evento contestualizzato. Questo ha pro e contro. Il pro: ridiamo più spesso durante il giorno, perché basta aprire Twitter e trovi una battuta fulminante su quell’evento accaduto 1 ora fa, e ridi subito. Il contro: forse ridiamo in modo più superficiale e dimentichiamo in fretta. Io stesso mi accorgo che un meme che mi ha fatto sganasciare ieri oggi l’ho già quasi scordato, fagocitato dal successivo. È come un pasto di fast food della risata: buono caldo, ma subito ne vuoi un altro.

La generazione meme inoltre ha un particolare tipo di umorismo: spessissimo autoreferenziale, metatestuale e assurdo. Ad esempio, ci sono meme che fanno ridere solo se conosci altri 5 meme precedenti. Una volta ho provato a spiegare un meme di “Distracted Boyfriend” (quello del ragazzo che guarda un’altra mentre la fidanzata lo fulmina) a un mio parente 60enne mostrandoglielo: non rideva, non capiva. Dovevo spiegare: “Vedi, c’è questo format, si mette un’etichetta su ogni persona…” – no, l’immediatezza non c’era per lui. È un linguaggio per iniziati digitali. Un po’ come negli anni ’90 bisognava conoscere la citazione di Guzzanti per ridere di Vulvia, oggi devi conoscere i template dei meme per apprezzarli. C’è quindi continuità: l’umorismo ha sempre le sue references. Ma oggi sono molto più volatili: un meme template dura qualche settimana o mese di popolarità, poi sparisce per far posto a nuovi. Negli anni, certe gag (tipo “Noio… volevan savuar” di Totò) restavano in voga per anni.

Humor “random” e nonsense 2.0: Un’altra caratteristica del moderno humor internet è l’estremo nonsense e randomness. Ci sono intere pagine social chiamate “Humor assurdo” o “Scherzi per chi ha il cervello bacato” dove si postano video montati senza senso, o frasi sconclusionate volutamente. E la gente ride proprio perché non c’è alcun senso logico. È una forma di surrealismo memetico. Ad esempio, circola un trend di video detti “shitpost status”: clip di 5 secondi in cui succedono cose strampalate senza contesto, spesso con editing volutamente grossolano (zoom improvvisi, musiche sballate). È come se la generazione cresciuta con overdose di contenuti abbia sviluppato gusto per cose talmente sceme da far ridere per sfinimento. Un po’ come guardare Bugs Bunny sotto acido.

Io, da buon millennial, all’inizio guardavo questi meme Gen Z e pensavo: “Ma dov’è la battuta? Non ha senso”. Poi pian piano il cervello mi si è rotto abbastanza da trovarli buffi. Mi sono sorpreso a ridere per un video di un pollo animato in CGI che balla su una canzone distorta – perché? Boh! Ma ridevo. E questo segna un cambiamento: l’umorismo classico cercava di far cogliere un significato nascosto (incongruenza risolta, ecc.), l’humor random odierno a volte non ha proprio significato, la risata viene dalla pura imprevedibilità e demenzialità fine a sé. In un certo senso, è un ritorno all’assurdo puro stile Monty Python, ma senza il substrato intellettuale. È più vicino al Dadaismo: la risata come reazione spontanea al caos.

Tempi comici e soglia di attenzione: Un effetto visibile di questi cambiamenti è sui programmi tradizionali comici. Molti lamentano che oggi i giovani non guardano più gli sketch show in TV. I tentativi di rifare programmi come Zelig o Colorado stentano a trovare pubblico giovane. Perché? Perché sono lenti per i loro standard. Un comico sale e fa 5 minuti di numero? Troppo lungo. Difatti, quei programmi li spezzettano in clip su YouTube o sui social, e lì magari acchiappano views. Ma la cornice televisiva lineare attira poco. Questo rispecchia una verità più ampia: la TV generalista come mezzo di comicità è in declino, sostituita dal feed personalizzato. In pratica, ciascuno si costruisce il suo “Zelig” su misura scrollando feed di gag e video. Ciò ha vantaggi: trovi cose più affini ai tuoi gusti (magari uno ama humor nerd su videogame e segue pagine dedicate a quello, cosa che la TV generalista non offriva tanto). Ma ha il difetto di isolare per nicchie: manca quell’esperienza collettiva di ridere tutti della stessa cosa nello stesso momento (fatta eccezione per qualche evento virale – ad esempio quando esplose il meme di “petaloso”, tutta Italia ne ha riso insieme). Questo cambia il ruolo sociale dell’umorismo: prima guardare la stessa commedia permetteva a persone diverse di sentirsi unite (ci si diceva “hai visto quella scena? ahah!”). Oggi l’umorismo è più tribale digitalmente: ogni community ha i suoi meme interni. Ci sono meme di nicchia comprensibili solo a specifici fandom (tipo meme solo per chi segue un certo youtuber, ecc.). Da una parte è bello perché cementa micro-comunità (un po’ come i gifted coi loro inside joke, ricordate? ora succede su scala globale via internet), dall’altra frammenta il discorso umoristico generale.

Aggressività vs sensibilità: Un altro aspetto del contrasto ‘90 vs oggi è il tono. Come già detto, anni ‘90/2000 humor spesso aggressivo e satirico duro. Oggi notiamo che i giovani tendono ad un umorismo più “wholesome” in certi casi (cioè carino, innocuo) oppure, se cattivo, è mascherato da ironia meta. E qui probabilmente c’entra anche l’effetto della cultura PC/woke (di cui nel prossimo capitolo). Ho notato ad esempio che i meme odierni raramente contengono insulti pesanti espliciti verso categorie (almeno nei circuiti mainstream) – cosa che 20 anni fa nelle barzellette era comune. Questo perché c’è la paura di shitstorm, o semplicemente una sensibilità diversa. Quindi il sarcasmo sociale di oggi prende strade diverse: più ironia situazionale, autoironia, paradosso, e meno “ce l’ho con quel gruppo”. Poi, nei dark corners di internet esiste ancora humor super black e offensivo (4chan e simili), ma parlo di mainstream.

Esempio pratico: pensiamo al tormentone virale di qualche anno fa, “Gli audio di Immanuel Casto su TikTok” (un cantante italiano che rispondeva a audio di gente che raccontava disgrazie con canzoncine sarcastiche). Era velocissimo: in 15 secondi di video avevi la storia e la punchline musicale. Un successo memetico. Fosse stato 20 anni fa, la stessa idea magari sarebbe stata una scenetta di 3 minuti in un programma TV (tipo quelli con la chitarra che cantavano le lamentele del pubblico a Mai Dire Domenica). Oggi la gente la preferisce compressa in pillole. Un altro: i The Jackal (gruppo comico online napoletano) divenuti famosi con video brevi su YouTube (come “Gli effetti di Gomorra sulla gente”). Negli anni ‘90 per far ridere su quell’idea avrebbero dovuto convincere una TV a produrre uno sketch in un show, con tempi più lunghi. Oggi, autoprodotto e in 2 minuti stai virale ovunque. Quindi c’è anche un discorso di democratizzazione: la comicità odierna è più dal basso, chiunque col telefono può provare a far ridere il mondo. Ieri serviva passare da filtri editoriali. Questo è un bene, ma ha portato anche saturazione: tantissimi che si improvvisano comici su TikTok. E dunque tantissima roba uguale (quanti fanno i POV ironici, le imitazioni di dialetti su TikTok? decine di copie). L’algoritmo poi spinge ciò che funziona e tende ad omologare: se vede che le gag sulle suocere vanno ancora, le propone. Quindi paradossalmente oggi innovazione e ripetitività coesistono: da un lato nuove forme come meme surreali, dall’altro format stantii replicati in loop (es: il classico video “tipi di persone quando…”, visto e rivisto).

Una cosa che percepisco è anche la differenza di impatto emotivo: ridere guardando un meme sul telefono è un micro-sorriso, un “LOL” spesso solitario; ridere guardando un film con amici era una risata fragorosa, fisica. Ho nostalgia di quell’esperienza comunitaria e totalizzante del ridere fino alle lacrime insieme. I meme raramente mi fanno ridere a crepapelle (a volte sì, eh, ma raramente come facevano certi vecchi sketch). È più un continuo “ah divertente, prossimo, oh carino, prossimo…”. Insomma un flusso di micro-risate vs poche grosse risate. Mi chiedo se a livello psicologico cambi qualcosa. Forse ridiamo più spesso ma ci divertiamo meno intensamente? È una mia teoria, magari sbagliata. Di certo l’attenzione è più superficiale: nessuno si concentra su un solo contenuto comico a lungo, spesso guarda meme mentre fa altro. Un altro segno: i video comici moderni mettono sottotitoli grandi colorati perché sanno che l’utente magari li guarda senza audio scorrendo. Una volta l’audio (la voce del comico, il timing) era tutto; oggi devi prevedere un consumo distratto e adattarti.

Questo capitolo è un po’ auto-critico anche verso me stesso, come rappresentante di questa era. Mi accorgo che fatico a guardare uno spettacolo di stand-up intero senza sbirciare il cellulare in mezzo. Mi spiace, perché mi ricordo quando aspettavo che in TV trasmettessero uno speciale di Maurizio Crozza o di Gene Gnocchi e me lo godevo tutto. Forse è un allenamento mentale: come i muscoli, se smetti di allenare la “palestra dell’attenzione comica”, perdi resistenza. E la dieta di video brevi è un po’ junk food: rende più difficile poi gustare un piatto lento e complesso.

Non voglio però dipingere tutto negativo: la comicità odierna ha anche genialità diffuse. Vedo meme di ragazzi 18enni che sono pungenti e brillanti su temi attuali, in un linguaggio nuovo. Ad esempio, la satira politica oggi passa molto per meme su Twitter e Instagram: una foto di un politico con caption ironica può colpire più di un editoriale. Una volta c’erano le vignette sui giornali; ora c’è il meme su Facebook che in mezz’ora è condiviso da 100mila persone. Quindi il potenziale di diffusione e incisività è alto, se usato bene. Inoltre, la comicità internet è internazionale: ridevamo dei Simpson e di Sacha Baron Cohen, ma era importazione. Ora un italiano può fare un meme su Trump che diventa virale anche fuori. Le barriere sono cadute. E questo contamina gli stili: i giovani italiani hanno assorbito molto dall’humor anglosassone dei meme (più secco e nonsense) e lo mischiano col sarcasmo italiano. Ne esce un ibrido interessante.

Un segnale curioso di questi tempi comici: se prima c’erano “club di comici” (Zelig, Saturday Night Live, etc.), oggi ci sono “pagine meme” amministrate anonimamente che raccolgono la creatività di tanti. E alcuni amministratori di pagine meme sono diventati quasi delle celebrità (penso a “Trash Italiano” per i meme tv, o “Ugly Design” per gli umorismi visivi), pur restando dietro un nickname. Quindi il ruolo dell’autore comico è meno legato al personaggio: potresti ridere di un meme senza sapere minimamente chi l’ha creato. Un bel cambio dal cabaret dove andavi per vedere quel comico dal vivo perché ti piaceva la sua persona. Adesso segui il contenuto più che l’autore, spesso.

Infine, due parole sul fenomeno “humour algoritmico” citato nel titolo del capitolo: con questo termine un po’ provocatorio intendo il fatto che l’algoritmo (di TikTok, YouTube ecc) finisce per plasmare la comicità. Ci sono trend di meme creati apposta per acchiappare l’algoritmo. Ad esempio su TikTok c’era la mania dei video col tag #maiunagioia in Italia, e tutti facevano video simili con quell’hashtag perché l’algoritmo li pompava. E l’umorismo diventava formulaico: “situazione X? #maiunagioia” e giù cuoricini. È un po’ inquietante pensare che non è più solo il pubblico a decretare cos’è divertente, ma un algoritmo che sceglie cosa far arrivare al pubblico. E l’algoritmo ottimizza per engagement, non per qualità. Quindi vince spesso la battuta facile, la replica di format noti, etc. Lo vediamo su YouTube Italia: anni fa c’era un sacco di gente che rifaceva gli stessi video “Types of…”, “Se le pubblicità fossero reali” e via dicendo, perché sapevano che funzionavano in termini di visualizzazioni. Pochi rischiavano cose nuove (Maccio l’aveva fatto in tv e web, ma appunto è un outlier geniale).

Ci sono però anche i lati positivi dell’algoritmo: può portarti a scoprire nicchie di humor che ameresti e altrimenti non avresti trovato. A me è capitato: YouTube mi ha suggerito stand-up comedian stranieri in base ai miei like, e ho scoperto gente fortissima . Quindi algoritmo come curatore di comicità in base ai tuoi gusti. Molto comodo.

In sintesi, il contrasto è questo: ieri la comicità era un piatto servito intero, più slow food, spesso ben condito ma richiedeva apparecchiare la tavola e sedersi; oggi è un buffet infinito di stuzzichini, tanti sapori a piccole dosi, consumati in piedi e velocemente. Ogni tanto sarebbe bene sedersi e mangiare un piatto serio per non dimenticare il gusto e la capacità di digerire cibi veri. La sfida per il futuro credo sia integrare le due cose: portare la profondità e struttura della comicità classica nei nuovi formati brevi e interattivi. Alcuni ci provano: penso ai podcast comici (che riportano un po’ il monologo lungo, ma in formato digitale), o a youtuber che fanno video più lunghi pieni però di elementi meme per tenere l’attenzione. Stiamo in una fase di transizione interessante.

Personalmente, cerco di mantenere l’equilibrio: mi godo i meme stupidi quando sono stanco e ho bisogno di risatine immediate, ma poi mi concedo di guardare uno spettacolo integrale di stand-up su Youtube per ricordarmi che ridere bene è un’altra cosa, più appagante e memorabile. E a volte faccio l’esperimento social: mostro un vecchio sketch di Guzzanti a ragazzi ventenni per vedere reazioni – spesso dicono “è lento, ma è divertente” con sorpresa, come dire: “non pensavo di poter ridere ancora con qualcosa di 5 minuti, ma è successo”. Questo mi dà speranza: l’umorismo “lento” non è morto, è solo un po’ nascosto sotto il flusso. Magari torneremo ad apprezzarlo di più quando la saturazione da brain rot inizierà a farci desiderare contenuti più soddisfacenti e ricordabili.

E qui introduciamo l’ultimo tema che tratta proprio delle nuove sensibilità: politicamente corretto e cultura woke. Perché anche questo ha un ruolo nel modificare la comicità odierna rispetto al passato: non è solo la tecnologia, ma pure il contesto sociale che impone nuovi paletti (o ne toglie di altri). Ed è sul delicato equilibrio tra libertà comica e rispetto che ci concentreremo nel prossimo (e ultimo) capitolo.

Capitolo 7: Politicamente corretto e cultura woke – limiti o evoluzione dell’umorismo?

Negli ultimi anni, specialmente nel mondo occidentale, è esploso un dibattito intenso attorno a concetti come “politicamente corretto”, “cancel culture” e “woke”. Questo clima culturale non poteva non influenzare l’umorismo, che per sua natura spesso gioca sul limite del lecito e del buon gusto. In questo capitolo affronteremo di petto la questione: il politicamente corretto sta davvero “uccidendo la comicità”, come sostengono alcuni comici (anche di casa nostra come Guzzanti), oppure è solo un necessario aggiornamento dei contenuti comici per adeguarsi a una società più inclusiva? Come spesso accade, la verità sta un po’ nel mezzo. Cercheremo di capire quali effetti concreti abbia avuto la cultura woke sul contenuto delle battute, sugli argomenti considerati tabù o sensibili, e sullo stile stesso dei comici contemporanei. E lo faremo con uno sguardo personale: anche io da autore di battute mi trovo a volte a chiedermi “questa la posso dire o qualcuno si offenderà?”. Negli anni ’90 quella domanda quasi non esisteva; oggi è inevitabile porsela, almeno se si parla in pubblico (persino su Facebook tra amici, figuriamoci su un palco).

Cosa intendiamo per “politicamente corretto” e “woke”: Innanzitutto, definiamo rapidamente i termini. Politicamente corretto nasce con l’idea di utilizzare un linguaggio che non offenda le minoranze o gruppi storicamente svantaggiati. In sé, sembrerebbe solo educazione e rispetto. Woke (svegliato) è un termine gergale americano che indica una consapevolezza acuta delle ingiustizie sociali (razzismo, sessismo, etc.) e la volontà di combatterle; i detrattori usano “woke” in senso dispregiativo per indicare un atteggiamento ipersensibile, moralista. Nel contesto satira, quando un comico dice “ah, ormai il politicamente corretto ci censura”, di solito intende che c’è troppa sensibilità e rischio di offendere qualcuno, col risultato che lui/lei si sente limitato nelle battute. Comici come Corrado Guzzanti hanno detto chiaro e tondo: “Il principio per cui devi censurare qualunque cosa possa offendere una minoranza non può funzionare… se ti offendi è un problema tuo”, e che la satira sta cambiando in peggio a causa di ciò. Dall’altro lato ci sono attivisti e parte di pubblico che replicano: “Non si tratta di censura, si tratta di non perpetuare stereotipi dannosi o mancare di rispetto a categorie che già subiscono discriminazioni. Si può ridere senza prendersela coi deboli”.

E qui sta la questione cruciale: chi è il bersaglio della battuta? La vecchia regola (non scritta) della satira diceva: “punch up, not down” – colpisci verso l’alto, non verso il basso. In pratica, meglio prendere in giro i potenti, i privilegiati, i prepotenti, piuttosto che i marginalizzati. Una battuta sull’operaio meridionale analfabeta oggi suonerebbe crudele (punch down), mentre una su un politico corrotto suona giusta (punch up). Questa idea in realtà era presente anche prima, ma oggi è diventata quasi un imperativo morale nella comicità mainstream. Sbagliare bersaglio può costare caro in termini di reputazione e attacchi sui social.

Esempi concreti: Un esempio italiano recente: nel 2023 il comico Andrea Pucci è finito in una polemica perché aveva preparato delle gag su alcune figure politiche (una imitazione di Elly Schlein con toni considerati sessisti, se ben ricordo) da presentare a un evento importante (credo il DopoFestival di Sanremo) o più recentemente la sua riunica al Festival 2026. Quando sono trapelate anticipazioni, c’è stata una levata di scudi: “Pucci fa battute sessiste sulla leader donna Schlein, non va bene”. Pucci ha preferito rinunciare all’evento, lamentando di essere vittima del politicamente corretto. Lo stesso Giorgia Meloni (Primo Ministro) commentò ironicamente “ah, su di me è satira e su Schlein è sessismo?!” per dire che c’era ipocrisia. Questo caso mostra proprio il clima: un comico tradizionale (Pucci viene dalla scuola di Drive In, risate un po’ grossiere) oggi fatica a navigare la nuova sensibilità. Dove sta la ragione? Forse nel mezzo: alcune sue battute su donne erano un po’ vecchio stile e potevano risultare fastidiose (il solito “donna al volante” o simili – ipotizzo), ma è anche vero che la politica se è personaggio pubblico dovrebbe accettare la satira. La differenza sottile: se ironizzi su Meloni chiamandola “vaiassa” (termine che lei stessa ha rivendicato con orgoglio, per dire), colpisci la persona potente (punch up); se ironizzi su Schlein accentuando magari toni mascolini o l’orientamento sessuale per deriderla, stai scivolando verso aspetti identitari (punch questionable). E la gente ora è attenta a queste distinzioni.

Un altro caso: tempo fa fece discutere un disegno di Vauro (vignettista) su un ministro donna di colore, dove la ritraeva come una scimmia. Intenzione satirica: criticare il governo razzista come se volesse “rinchiudere in gabbia” quella ministra (era Kyenge se ben ricordo). Ma l’immagine colpiva per l’evidente richiamo razzista (nero=scimmia), anche se Vauro non voleva quello. E ricevette pesanti accuse. Ecco un punto: oggi i comici/vignettisti devono considerare anche come il loro messaggio può essere letto, oltre l’intenzione. E alcuni trovano questo insopportabile: “devo preoccuparmi di ogni fraintendimento e suscettibilità? Impossibile fare satira così.” Pingitore (autore del Bagaglino) per esempio dice: “Una volta tutto questo perbenismo non c’era. La libertà era assoluta… in un contesto di comicità non c’è offesa, se nei limiti del buon gusto” e che oggi “nessuno fa più satira, non la vedo”. Lui viene da un’epoca in cui effettivamente facevano sketch con uomini in blackface o con la parlata da stereotipo gay effeminato e passavano in TV senza scandalo. Oggi quelle cose sarebbero impensabili (e per certi versi giustamente). Pingitore dice: “ma era tutto un gioco, non c’era offesa reale”. E qui sta uno dei punti di scontro: la vecchia guardia sostiene che nel contesto comico la gente dovrebbe capire che si scherza e non offendersi, la nuova sensibilità dice anche se scherzi, stai diffondendo un’immagine offensiva, quindi non va bene.

Io trovo che un po’ di ragione ci sia in entrambe le parti. Ad esempio, i film comici italiani anni ’70-’80 pieni di omofobia “per ridere” hanno certamente contribuito a mantenere certi pregiudizi (il gay macchietta da deridere, etc.). Possiamo ancora guardarli con indulgenza storica, ma replicare quelle gag oggi no, non ci farebbe avanzare come società. D’altro canto, vedo anche eccessi di zelo: comici attaccati per battute evidentemente senza intento maligno. Un esempio internazionale: Dave Chappelle (famoso stand-up USA) criticato aspramente per battute sui trans; lui si è difeso dicendo che il suo bersaglio è come la società tratta certi temi, non i trans in sé, e ha raccontato di un’amica comica trans che trovava le sue battute divertenti. Eppure ha subito tentativi di boicottaggio su Netflix.

La domanda che mi faccio: le persone oggi sono davvero più facilmente offese, o semplicemente quelle che prima erano bersagli silenziosi ora hanno voce per protestare? Probabilmente la seconda. Prima una persona obesa magari piangeva dentro quando un comico faceva battute antipatiche sui ciccioni, ma non aveva modo di farsi sentire; oggi può scrivere un post virale dicendo “questa battuta mi ferisce per questo e quest’altro” e generare un dibattito. Questo mette il comico di fronte alle conseguenze in faccia. Non è censura di Stato (nessuno ti mette in galera per la battuta), ma è un feedback sociale amplificato. Alcuni comici lo vivono come “censura” perché li porta ad autocensurarsi per evitare shitstorm. Altri provano ad adattarsi: spostano il tiro delle battute su altri temi.

Ad esempio, ho notato che molti giovani comici italiani odierni (tipo quelli che escono dai social) fanno tantissima autoironia e poca ironia sugli altri. Un bel cambiamento: si ironizza su se stessi (la propria ansia, la propria goffaggine, il proprio accento regionale), così non rischi di offendere nessuno se non te stesso. Oppure si attacca in modo satirico il potere (politici, ricchi) – e su quello di solito il pubblico woke è d’accordo. In pratica, la cultura woke ha spostato il confine su cosa è considerato “punch up” o “punch down”. Fare ironia sui disabili: altamente sconsigliato (down). Fare ironia sulle contraddizioni del linguaggio woke stesso: rischioso ma se ben calibrato può passare come meta-satira (però attento, potresti esser frainteso).

Evoluzione dei contenuti comici: Penso a come sono cambiate certe serie. South Park, di cui parlavamo, continua tutt’oggi ma ha dovuto anch’esso confrontarsi col climate woke: in alcune puntate recenti loro stessi hanno satirizzato la cancel culture (es. la stagione dove c’è un personaggio “PC Principal” ossessionato dal politicamente corretto – ne ridicolizzano gli eccessi). I Monty Python hanno avuto sketch “problematici” per gli standard attuali (pensiamo a Loretta in Brian di Nazareth, il personaggio maschile che vuole essere donna – oggi uno sketch del genere sarebbe sotto lente per transfobia; all’epoca era una satira sui movimenti di liberazione di gruppo). Oggi probabilmente lo scriverebbero diversamente. John Cleese (ex Python) è uno molto critico del PC: dice che rovina la comicità perché l’essenza del ridere è la capacità di dire anche cose scomode.

D’altro canto, autori più giovani replicano: “si può fare comicità anche senza calpestare sensibilità, basta un po’ di creatività in più”. Una comica americana, Hannah Gadsby, ha fatto uno spettacolo famoso (Nanette) dove sosteneva di voler abbandonare la comicità com’è intesa perché basata sull’autodenigrazione e su dinamiche tossiche; lo show era a metà tra stand-up e monologo serio, e ha spaccato la critica: c’è chi l’ha visto come una rivoluzione woke bellissima e chi come “la morte della comicità” (perché di fatto diceva: smetterò di fare battute su di me per farvi ridere, preferisco raccontare il dolore). Io trovo importante avere anche voci così, ma spero la comicità non debba dissolversi nel serio per essere etica. Credo che l’umorismo sia troppo prezioso per farsi imbrigliare completamente, deve poter essere irriverente. Il segreto è farlo con intelligenza e bersagli sensati. Ad esempio, ridere dei difetti universali (ipocrisia, avidità, arroganza) incarnati in chiunque (ricco o povero che sia) rimarrà sempre valido e necessario. Ridere di caratteristiche innate di qualcuno (etnia, orientamento) a me onestamente appare pigro come humor, oltre che poco empatico – dunque non mi dispiace che stia andando fuori moda.

Un effetto collaterale del PC è una sorta di paura tra gli autori. Molti dicono: “non so più di cosa posso ridere, mi attaccano qualsiasi cosa”. Questo può portare a satira più criptica o metaforica per evitare guai, oppure alla rinuncia su alcuni temi. Ad esempio, oggi quasi nessun comico uomo fa battute “osé” sulle donne sul palco, preferiscono evitare l’argomento se non ne sono capaci in modo nuovo. Mentre le comiche donne finalmente hanno più spazio e spesso con umorismo femminile graffiante (vedi Michela Giraud o Martina Catuzzi in Italia, che fanno ironia sul maschilismo e su loro stesse da prospettiva femminile). Quindi c’è stato anche un ricambio: le voci prima bersaglio (donne, minoranze) diventano autrici e si prendono gioco degli ex dominanti. È un bello sviluppo, a mio avviso.

Esperienza personale: Nel mio piccolo, quando scrivo qualche battuta sui social, ammetto che sto attento. Se faccio ironia su un tema caldo (metti, immigrazione), mi assicuro che la buttuta prenda in giro i razzisti, non i migranti. Se voglio scherzare su religione, colpisco l’istituzione o fanatico, non il fedele comune per la sua fede. Insomma, sto più attento di quanto avrei fatto 15 anni fa. Questo mi limita? Un po’, ma al contempo penso mi renda uno scrittore comico più “creativo” perché devo trovare strade meno banali. Chi un tempo avrebbe fatto la facile battuta sul “cinese che dice R al posto di L” oggi magari si inventa una situazione più elaborata per far ridere sullo scontro culturale sino-italiano, e se è bravo farà ridere senza scomodare stereotipi. Quindi da un certo punto di vista, il politicamente corretto stimola un’evoluzione. Dove invece può far male è se gli autori smettono proprio di toccare argomenti sensibili per paura. La satira ad esempio deve poter attaccare ideologie fanatiche, estremismi religiosi, etc., anche se offende qualcuno. Qui c’è confine sottile: criticare un’idea va sempre concesso (punching up, direi), ma oggi si rischia che qualsiasi critica venga bollata come attacco identitario. Esempio: se scherzi sull’Islam rischi accuse di islamofobia, mentre magari stai prendendo in giro i fondamentalisti. Però lo stesso succedeva col Cristianesimo decenni fa (pensate alle polemiche su Life of Brian dei Monty Python, accusati di blasfemia). Insomma, nulla di nuovo: la satira religiosa è sempre controversa. Solo che ora c’è internet a amplificare le voci offese di credenti di qualsiasi fede.

Senza girarci troppo: c’è chi vorrebbe una satira più “educata” e chi rivendica il diritto di essere “scorretti” come parte essenziale dell’humor. Io sto nel mezzo: credo che l’humor debba poter essere scorretto verso il potere e le convenzioni ipocrite, ma non gratuito nel prendersela coi più deboli. Questo in realtà è la regola aurea di prima, solo che ora va applicata con più consapevolezza (perché alcune categorie che un tempo erano considerate “potere” ora vengono riconosciute come vulnerabili, es. fare battute sulle donne bionde svampite oggi appare punching down mentre negli anni ‘50 non lo era percepito, perché le donne hanno acquisito giustamente la pretesa di rispetto come gruppo storicamente oppresso).

Una conseguenza della cultura woke è il fenomeno delle “cancellation”: un comico può venire ostracizzato se dice qualcosa ritenuto molto offensivo. In Italia casi estremi non ne ricordo tanti, forse solo la vicenda di Luttazzi nel 2007/2010 (ma lì fu più per accuse di plagio di battute e rancori pregressi). All’estero ce ne sono (vignettisti licenziati, ecc.). Questo crea timore. Mi chiedo: un Charlie Hebdo in Italia potrebbe esistere? (Tralasciando la tragedia dell’attentato). Charlie Hebdo è un esempio di satira che se ne frega del PC e continua a essere ugualmente feroce. Hanno pagato un prezzo altissimo ma rivendicano di poter disegnare qualunque cosa. Molti in occidente dicono “sì libertà di espressione!”, però altri pensano che alcune loro vignette siano di cattivo gusto gratuito. Io ammetto: alcune vignette di Charlie (es. quella sul terremoto in Italia del 2016 con i morti paragonati a lasagne) mi hanno infastidito – le ho trovate gratuite. Quella non la difendo come “satira che serve a qualcosa”. Era tanto per shockare. Ecco, credo che il pubblico oggi sia più orientato verso un umorismo con scopo. Se shocki, devi avere un punto. Se offendi, dev’esserci un perché costruttivo (es. colpire un fanatismo). Offendere per offendere piace molto meno, e su questo do ragione al pubblico woke.

Chiusura conciliatoria: Alla fine, l’umorismo è un essere vivo che si adatta ai tempi. Non credo stia morendo, credo stia cambiando pelle. Pensate: un tempo fare battute sui re e i nobili era vietato; poi è diventato comune. Oggi fare battute sulle minoranze è malvisto; magari tra 50 anni neanche ci interesserà più perché avremo risolto molte disparità. Oppure la sensibilità oscillera di nuovo. I comici devono navigare queste acque. Alcuni col braccio di ferro (tipo Ricky Gervais che continua a dire tutto e risponde “se vi offendete è problema vostro”), altri col compromesso. Nessuno ha la verità in tasca su fin dove spingersi. È un work in progress sociale.

Personalmente, come autore, preferisco essere ricordato per una battuta intelligente che fa ridere senza ferire, piuttosto che per una risata grossa ottenuta calpestando qualcuno. È una scelta di stile ed etica. Altri autori scelgono diversamente e rivendicano il diritto al “black humor” pesante (che anche a me piace a volte in contesti protetti). Quello che conta, credo, è la sincerità e la consapevolezza: se fai una battuta scorrekta, sii pronto a difenderla con argomenti (perché l’hai fatta? cosa volevi dire attraverso?), e accetta che qualcuno possa non riderne e criticarti. Il pubblico a sua volta forse dovrebbe a volte prendersela meno a cuore: ricordare che sì, è satira, può essere anche un po’ idiota a volte, non è una legge dello Stato. Il giusto equilibrio forse è: libertà di satira ma diritto di critica alla satira. Nessun comico dev’essere messo a tacere per legge o minaccia, ma nessuno è nemmeno immune dal sentirsi dire “questa faceva schifo”. E poi ognuno giudica con la propria coscienza.

Chi come me vede nell’umorismo un ponte sociale e non un’arma per dividere, cercherà sempre di usarlo per includere più che per escludere. Ridere con, più che ridere di. Forse è questa la linea di evoluzione: dall’umorismo come derisione di un “diverso”, all’umorismo come linguaggio per capire il “diverso”. In questo senso, woke o non woke, sarebbe un bel progresso.

Conclusione: La risata come ponte – una sintesi personale

Siamo giunti alla fine di questo lungo viaggio nella terra dell’umorismo. Abbiamo attraversato teorie psicologiche, funzioni sociali, memorie di comici e programmi, riflettuto sui cambiamenti culturali e tecnologici. È tempo di tirare le fila e di tornare al filo conduttore iniziale: l’idea della risata (e della musica) come ponte sociale, specialmente per chi come me ha un modo di pensare divergente. Cosa mi porto a casa da questa esplorazione?

Prima di tutto, la conferma che l’umorismo è multiforme e in costante mutamento, ma la sua essenza rimane quella di creare connessione. Che sia attraverso una barzelletta volgare raccontata tra amici al bar o un meme sofisticato condiviso su Twitter, ridere insieme genera un legame. Nel mio caso, quell’elemento di ponte è stato letterale: l’humor mi ha collegato agli altri quando altri linguaggi fallivano. Da bambino timido e “particolare”, riuscivo a farmi accettare raccontando storielle buffe o imitando alla perfezione un personaggio (mi ricordo alle medie la soddisfazione quando imitavo il prof di turno e la classe rideva – improvvisamente io, topo di biblioteca un po’ strambo, ero parte del gruppo grazie alla risata condivisa). L’umorismo era il mio Esperanto con il mondo neurotipico.

Abbiamo visto che ci sono tanti modi di far ridere, dai più semplici ai più cerebrali. Questo mi fa pensare che c’è spazio per tutti sull’arca del comico: l’importante è trovare le persone che ridono del nostro stesso codice. A volte quel codice è universale (un buon gioco di parole lo capiscono ovunque, una caduta buffa pure), a volte è nicchia (una reference ai Monty Python la coglie uno su dieci – ma quando la coglie, sai che quello è “dei tuoi”). Come persona neurodivergente, ho imparato a oscillare tra diversi registri per intercettare la comunicazione con chi ho di fronte. Se sto con amici dottorandi magari faccio l’ironia colta un po’ nerd, se sto con parenti che amano il vernacolo uso la battuta in dialetto sentita dal nonno. E non la vivo come falsità, ma come poliglossia umoristica – mi viene naturale e mi permette di essere poliedrico senza perdere autenticità. In fondo, dentro di me convivono il raffinato e il demenziale, e va benissimo così.

Una cosa che ho capito esplorando i meccanismi psicologici è che ridere non è solo divertimento fine a sé stesso: è un atto salutare e quasi catartico. Ho fatto mente locale di quante volte l’umorismo mi abbia salvato: nei momenti di tristezza o ansia, mettere su una vecchia puntata di “Mai Dire Gol” o uno sketch di Lillo & Greg in radio mi ha tirato fuori dal buco. E questo non è banale: è coping, come dice Freud e come confermano gli studi. La risata trasforma la tensione in qualcosa di gestibile. In più, ridere di me stesso, delle mie paranoie, ha spesso sdrammatizzato cose che altrimenti mi avrebbero isolato. Un esempio: in un periodo buio della mia vita in cui combattevo con pensieri ossessivi (cosa comune a certe neurodivergenze), decisi di scrivere un racconto ironico su un protagonista con quelle stesse ossessioni ma portate all’assurdo comico. Finì che ridevo mentre scrivevo, e quell’autoironia mi guarì più di molte sedute di terapia. Una risata amara, ma pur sempre risata, mi ha fatto abbracciare i miei “mostri” interiori rendendoli macchiette.

Abbiamo parlato di come la musica si intreccia con l’umorismo: la canzone comica, il tormentone musicale, ecc. Nel mio percorso, la musica è stata l’altra metà del ponte: suonare la chitarra e cantare canzoni sciocche mi ha aperto porte sociali quando le parole da sole non bastavano. Ricordo una serata universitaria: ero quello un po’ isolato all’inizio, ma la sera tirai fuori la voce e attaccai con dei pezzo di Elio e le Storie Tese/ Skiantos (“Cara ti amo”, “Servi della Gleba” , brani ironici sulle frasi fatte tra fidanzati). Pian piano i coetanei si avvicinarono incuriositi, e finimmo in gran coro a fare “parapapà” in riva al mare. Da quella sera avevo un gruppo. Merito di quell’ibrido di musica e humor che abbatte la timidezza più di qualunque discorso serio. Non a caso, pensiamo ai villaggi turistici o alle serate tra amici: spesso ciò che crea più unione è cantare insieme canzoni demenziali o divertenti. È un rito tribale di coesione. Forse il lato musicale del mio tema non l’ho esplorato a fondo nei capitoli, ma rimane sotteso: il ritmo, la pausa comica, la melodia di una gag – tutta musica. Monty Python insegnano: molte loro scene migliori erano canzoni (basti citare “Always Look on the Bright Side of Life” di nuovo). La musica bypassa la logica, arriva dritta all’emozione, come la risata. Musica e umorismo insieme sono doppiamente efficaci.

Abbiamo anche visto un lato “oscuro” o quantomeno problematico: il rischio che la risata escluda invece di includere (quando prende di mira qualcuno con crudeltà). Ecco, credo che chi – come me – ha sofferto di sentirsi escluso, sviluppa una sorta di radar etico: voglio che le mie battute facciano sentire la gente complice, non vittima. Non sempre ci si riesce al 100%, perché l’umorismo è soggettivo: qualcosa che per dieci persone è esilarante magari all’undicesima fa male. Non esiste la battuta perfettamente innocua (anche la più innocente, che so, uno scioglilingua di Guzzanti, potrebbe far arrabbiare un filologo perché storpia l’accadico antico – iperbole, ma per dire che qualcuno troverà sempre un motivo per criticare). Però si può cercare di essere gentili senza perdere la brillantezza. Io trovo ad esempio che comici come Massimo Troisi o Jacques Tati facevano ridere in modo pulito ma arguto, e arrivavano al cuore di tutti. Non c’è un solo modello di comico, e non credo che l’equazione “cattiveria = comicità efficace” sia sempre vera. Si può far ridere molto anche con tenerezza e assurdo innocente (pensiamo a Mr. Bean, che diverte bimbi e adulti senza pronunciare un insulto mai). D’altro canto, satira arrabbiata e pungente come quella di Luttazzi ha il suo posto e la sua utilità: senza quella, tanti non aprirebbero occhi su ipocrisie del potere. Insomma, la bellezza è che c’è un tempo e un luogo per ogni tipo di risata. L’importante è non spegnerla mai del tutto.

Torno un attimo al me ragazzino che guardava gli sketch surreali e vi trovava rifugio. Che fine ha fatto quel ragazzino? Beh, sta qui a scrivere 60mila parole su quanto ama l’umorismo… direi che la passione è rimasta intatta! Forse sono cambiati i miei riferimenti preferiti col tempo, ho allargato gli orizzonti. Ma quell’idea che la risata mi capisce quando il mondo sembra non capirmi, ce l’ho ancora dentro. Ci sono momenti in cui nulla ha senso, e poi vedi la vita da quell’angolo comico e tutto torna sopportabile, persino prezioso. Un po’ come nel film La vita è bella, dove Benigni trasforma l’orrore in un gioco per salvare il figlio. Ecco, senza voler scomodare paragoni, credo anch’io che l’umorismo abbia un potere salvifico: ti fa attraversare i momenti peggiori tenendoti per mano, sussurrando “dai, in fondo è tutto un’enorme meravigliosa presa in giro”.

Pensiamo agli ultimi anni: pandemia, crisi, guerre. Come abbiamo fatto a restare sani? Molti, me incluso, si sono aggrappati ai meme su “andrà tutto bene” con la pizza e il mandolino, alle parodie di conferenze stampa, all’ironia sugli aperitivi in videochiamata. La risata collettiva ci ha uniti nella paura e ha ridotto l’ansia. Mai come in quei momenti ho realizzato in diretta ciò che leggevo sui manuali: ridere è un meccanismo di difesa potentissimo. Ci ha reso resilienti.

Quindi, per concludere: l’umorismo è un ponte sociale, emotivo, cognitivo. Unisce persone diverse in una tribù momentanea (chi ride insieme difficilmente si ammazza l’un l’altro in quell’istante). Fa da ponte tra il presente difficile e un futuro sperabile, perché mentre ridi sai che c’è speranza (non puoi ridere e disperare al medesimo tempo). È un ponte anche verso una comprensione maggiore: molte cose le ho capite davvero solo quando qualcuno me le ha spiegate in forma di scherzo. Infine, per chi come me pensa differente, l’umorismo e la musica restano i ponti più efficaci per raggiungere gli altri: su quei ponti ci si può incontrare a metà strada, ognuno portando il proprio modo unico di vedere il mondo, e scambiarselo in dono avvolto in carta di risata.

Mi piace immaginare la risata come una luce in fondo a due caverne: da una parte c’è la mia mente un po’ eccentrica, dall’altra la mente dell’altro (chiunque esso sia). Entrambe percorrono il tunnel buio delle differenze, ma quando ridiamo vediamo una luce comune e ci dirigiamo lì. Ci incontriamo in quella luce, almeno per un attimo, ed è bellissimo. Poi magari torniamo nelle nostre caverne con le nostre differenze, ma quell’attimo ci ha scaldato.

Chiudo con un’immagine che fonde musica e humor, tanto per non smentirmi: immaginate una grande jam session universale dove ognuno suona il suo strumento comico – chi la batteria delle gag fisiche, chi il violino sottile dell’ironia, chi la tromba squillante della satira politica – e insieme improvvisiamo una sinfonia buffa che però suona bene. Nessuno sta stonato perché ognuno ascolta gli altri e trova il suo spazio. Quella jam è l’umanità quando sa ridere insieme, non di qualcuno ma con. È un po’ utopistico? Forse, ma io l’ho intravista a sprazzi: in una sala gremita che applaude a scena aperta uno stand-up comedian che dice una verità sotto forma di battuta, o su una pagina social dove migliaia di sconosciuti ridono dello stesso meme autoironico di italiani che gesticolano. In quei momenti, sento che davvero la risata è un linguaggio universale che livella e unisce.

In definitiva, per me l’umorismo è stato ed è il ponte per portare il mio pensiero fuori schema in dialogo col mondo. E spero di avervi trasmesso un po’ di questa visione: ridere non è solo scherzare, è comunicare, è comprendersi. E se anche tante cose cambieranno – i mezzi, i gusti, le sensibilità – finché sapremo ridere assieme troveremo sempre un modo di raggiungerci gli uni con gli altri a metà strada. In fondo, “siamo tutti sulla stessa barca, ma c’è chi ride in cabina e chi in stiva”, diceva qualcuno: beh, se ci incontriamo sul ponte (guarda caso) e ci facciamo una risata tutti insieme, il viaggio sarà più leggero per tutti. Questa è la filosofia che porto nel cuore, e che – con un sorriso – ho voluto condividere con voi in queste pagine. Grazie per aver percorso con me questo lungo tragitto narrativo nel mondo dell’umorismo. E come direbbe Quelo, il profeta inventato da Guzzanti: “ La seconda che hai detto”. Qual era la domanda non importa, l’importante è ridere. Sempre.

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